Le chiese di Variano
Variano
La chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista
Chiesa parrocchiale di Variano
La chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista
Chiesa parrocchiale di Variano, Sebastiano Pischiutti, Altare maggiore, 1735
La chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista
Chiesa parrocchiale di Variano, Titta Gori, L'incredulità di San Tommaso, 1927 ca
La chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista
Chiesa parrocchiale di Variano, Giacomo Monai, Affreschi nel soffitto del coro, 1940
La chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista
Chiesa parrocchiale di Variano, Autore ignoto, Madonna col bambino tra i Santi Carlo Borromeo e Francesco, prima metà sec. XVII
La chiesetta campestre di San Leonardo
Chiesetta campestre di San Leonardo, Variano
La chiesetta campestre di San Leonardo
Chiesetta campestre di San Leonardo, affreschi della parete destra, Variano
La chiesetta campestre di San Leonardo
Chiesetta campestre di San Leonardo, affeschi parete destra, Madonna tra i Santi Bonifacio e Rocco, sec. XVI, Variano
La chiesetta campestre di San Leonardo
Chiesetta campestre di San Leonardo, affeschi parete destra, Madonna in trono con Bambino tra i Santi Rocco e Sebastiano, a lato Sant'Agata e Santa Cristina, sec. XVI, Variano
La chiesetta campestre di San Leonardo
Chiesetta campestre di San Leonardo, affeschi parete destra, Miracolo di San Nicola, sec. XVI, Variano
Le chiese di Variano
La chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista
La storia della chiesa
La chiesa di San Giovanni Battista è riconosciuta come Pieve già dal 1190, anno in cui una disputa avvenuta al tribunale ecclesiastico è documentato per la prima volta un certo Johannes Plebans de Variano, ovvero il pievano incaricato dell’esercizio sacerdotale presso quella Pieve, alla quale facevano capo le diverse filiali ad essa soggette.
Inserita prima all’interno dell’Arcidiaconato inferiore (1247), secondo la politica del patriarca Bertoldo d’Andechs, e poi unita al Capitolo di Udine (134) durante il patriarcato di Bertrando, la Pieve di Variano nel 1375 comprendeva le “ville” di Basiliano, Basagliapenta, Blessano, Nespoledo, Villacaccia, Villaorba e Vissandone. Con la scissione di due curazie, quella di Basagliapenta con Nespoledo e Villacaccia, e quella di Vissandone, con Blessano e Villaorba, alla Pieve rimase Pasian Schiavonesco (oggi Basiliano) quale unica filiale (fino al 1912). Nel 1809 Variano cessò poi di essere chiesa matrice e divenne parrocchia e, in seguito, Forania (1920).
Le poche tracce, sia pittoriche che letterarie, che consentono di ricomporre la struttura architettonica della primitiva chiesa ci restituiscono l’immagine di un edificio che, probabilmente sorto sui ruderi di antico fortilizio, si presentava in origine a pianta ottagonale, di modeste dimensioni, con spazi di servizio angusti, costruito in sasso e pietre e corredato di torre campanaria posta a oriente. Già documentata nel XII secolo, la chiesa subì, soprattutto nel corso del Settecento, alcuni interventi di restauro e diversi lavori (furono eretti i tre altari, terminate le sacrestie ed esteso il coro) che si prolungarono fino alla seconda metà del XIX secolo, quando si prospettò l’esigenza di un ulteriore ampliamento dell’edificio, che a causa del rilevante aumento demografico non riusciva più a contenere i fedeli.
L’intervento tardò a concretizzarsi e fu solo nel 1903 che un’apposita Commissione del luogo incaricò l’impresario-capomastro Girolamo D’Aronco (1825-1909), padre del celebre Raimondo artefice, tra l’altro, del palazzo Municipale di Udine, dell’esecuzione dei progetti architettonici per il nuovo edificio culturale. I disegni che ancora oggi si conservano in archivio testimoniano la maestria tecnica dell’autore il quale, tratto dopo tratto, seppe tradurre sul foglio quell’idea dettata dalla committenza, la quale, considerata la grandiosità planimetrica e la sontuosità architettonica dell’edificio, intendeva esibire ancora l’importanza di quella sede, un tempo Pieve. Nel progetto l’antica chiesa si trovava così inglobata nel nuovo edificio a croce latina, del quale andò a costituire l’area presbiteriale.
Assodato che il disegno di D’Aronco non poté che riscuotere consensi per l’indiscussa qualità artistica, a frenare le spinte edilizie dei varianesi fu probabilmente il consistente onere economico che tale progetto prevedeva. Si decise così di ridimensionarlo affidandone la revisione all’impresario Vittorio Bigaro di Mortegliano (1909), il quale purtroppo ridusse a linee più modeste l’artistica idea di D’Aronco. I lavori a quel punto proseguirono celermente, tanto che il 17 luglio 1910 la chiesa fu benedetta e finalmente aperta al culto dei fedeli, i quali fino a quella data si erano riuniti nella chiesetta di San Leonardo per partecipare alle celebrazioni liturgiche.
«Domenica prossima sarà solennemente inaugurata la nuova chiesa parrocchiale con l’intervento di mons. Marcuzzi. Per tale circostanza vi saranno corse ciclistiche, illuminazioni, concerti ecc…» (“Patria del Friuli”, 15 luglio 1910). Con queste parole il quotidiano dava notizia, sulla cronaca locale del Comune di Pasian Schiavonesco, di un avvenimento che si presentava ai lettori come conclusivo di un iter edilizio che aveva interessato la chiesa di Variano. In realtà tanta era la gioia di vedere conclusi i lavori che forse si corse troppo verso l’inaugurazione di un edificio che si presentava ancora spoglio e incompleto sia esternamente che nell’aula interna, dove la collocazione degli altari non era quella definitiva e quindi appariva ancora in fieri. I lavori si potevano quindi dire tutt’altro che conclusi e diverse difficoltà economiche e sociali, aggiuntesi all’avvento della Grande Guerra, non fecero altro che rallentare ulteriormente il compimento della chiesa.
Dal 1919 al 1924 si susseguirono degli interventi volti a ultimare l’opera, chiamando l’architetto Cesare Miani (1891-1961) che, per curioso caso del destino, era stato allievo di Raimondo D’Aronco. Miani si apprestò a concludere il coro e la navata maggiore, così da consentire una nuova inaugurazione il 16 novembre 1924 da parte dell’arcivescovo Anastasio Rossi.
Il capitolo della ricostruzione della chiesa non poteva però ancora dirsi concluso: rimanevano da ultimare altri lavori interni, nonché la facciata, che oggi è a salienti ed è ingentilita da lesene con capitelli compositi, da una trifora arcuata e, a scendere, dal portale centrale e da due ingressi laterali, anch’essi ad arco.
L'interno
Scandito dal ritmo degli archi e delle corrispondenti finestre poste sul registro superiore, lo spazio interno della chiesa si presenta suddiviso in tre navate.
Quella centrale corre verso il presbiterio che, sopraelevato grazie a un’elegante gradinata, accoglie la mensa eucaristica con paliotto raffigurante l’Ultima cena (della seconda metà secolo XX).
L'altare maggiore
Sullo sfondo si staglia l’opera in marmo policromo del gemonese Sebastiano Pischiutti, il quale nel 1735 fu incaricato di progettare il nuovo altare maggiore. Esso, che avrebbe dovuto trovare collocazione nel coro da poco consacrato (il 29 giugno 1733), non fu terminato in quell’anno, ma solo nel 1782. Sopraelevato da un triplice gradino l’altare si presenta in tutta la sua magnificenza con una mensa ornata sulla parte frontale da un gradevole paliotto decorato con elementi fitomorfi in cui si inseriscono i simboli eucaristici; su di esso poggia la nuova pietra sacra in marmo, qui collocata nel 1960. La mostra d’altare ha forma architettonica a tempietto cupolato a cipolla, sulla cui sommità si erge il Cristo risorto, ed è decorata da volute e cherubini. Ai lati sono collocate le due statue raffiguranti San Giovanni Battista e San Valentino.
L’alzata d’altare abbraccia nel centro il tabernacolo che, decorato da teste cherubiniche e da volute, è arricchito da uno sportello in lamina metallica dorata in cui è presente l’ostensorio, simbolo della Sacra Ostia.
Nel 1922 l’altare del Pischiutti fu trasferito definitivamente qui dal vecchio coro. Nel 1924 l’arcivescovo Rossi inserì nella mensa le reliquie dei santo Vittore e Giustino.
Sull’altare sono visibili quattro preziosi busti reliquiari ottocenteschi, che contengono i resti sacri dei santi Biagio, Clemente, Fabio e dei martiri Concordiesi.
L’Incredulità di san Tommaso di Titta Gori
Chi entra in chiesa è abbagliato dalla luminosità della figura del Cristo della grande tela di Giovanni Battista Gori, detto Titta (Nimis 1870-1941), che spicca nella parte centrale dell’abside. L’Incredulità di san Tommaso (1927 circa), rappresenta una sorta di monito per gli increduli e rammenta ai credenti l’importanza della Fede per avvicinarsi a Gesù.
L’episodio evangelico è inserito dal pittore all’interno di una stanza dalle cui ampie finestre entra la luce naturale che, insieme con quella divina emanata dal Cristo, conferisce un’atmosfera particolarmente suggestiva all’ambiente in cui si sta svolgendo il passo cruciale del vangelo di Giovanni: «Metti qui il dito e guarda le mani; accosta la mano e tocca il mio fianco» (20, 27). Quello a cui assistono gli apostoli è un elegante e pacato dialogo di gesti.
Titta Gori rappresenta le figure seguendo appieno il suo stile, molto apprezzato dal pubblico: disegno raffinato ed elegante, uso sapiente delle gamme cromatiche e della luminosità dei toni per dare volume ai corpi, senza negarsi l’uso di tratti cangianti per far vibrare ancora di più la luce sulla tela. Qui, come nelle altre opere di soggetto religioso del Gori, si legge l’intento al recupero, promosso in Inghilterra dai Preraffaelliti (1848), della purezza dell’arte medievale e del primo Rinascimento italiano a cui Titta aggiunge la sua propensione ad utilizzare l’arte come mezzo di preghiera.
La grande tela, dono dell’artista all’amico mons. Luigi Vicario, fu da questi lasciata in eredità alla chiesa di Variano, dove trovò una prima collocazione in controfacciata, per essere in seguito trasferita nella sede attuale.
Il soffitto del coro
Proseguendo con lo sguardo verso l’alto si giunge al soffitto del coro, ornato da quattro ovali in cui il pittore Giacomo Monai (Nimis 1884-1978) inserì nel 1940 le figure degli Evangelisti i quali, colti nella stesura dei vangeli, sono affiancati dai consueti simboli.
La lunetta che separa il coro dal presbiterio è decorata dall’immagine dell’agnello, simbolo di Cristo e del suo sacrificio.
Le tele con San Carlo Borromeo e san Francesco, La visione di san Francesco e il Crocifisso
Sulla parete destra del presbiterio è collocata una tela che, utilizzata come pala nell’altare di Maria (ora della Beata Vergine del Rosario), fu in seguito da questo rimossa per essere sostituita con l’apparato decorativo ancora oggi visibile. L’opera raffigura i santi Carlo Borromeo, con la veste cardinalizia, e Francesco, con il saio, in adorazione della Vergine Maria la quale, seduta su un trono di nuvole e circondata da una schiera cherubica, mostra ai santo il Bambino che, ritto sulle sue ginocchia, impartisce loro la benedizione. L’ambientazione è quella di un paesaggio campestre, in cui spicca una chiesetta con torre campanaria.
Il dipinto è stato messo in relazione ad analoghe soluzioni adottate dal veneziano Jacopo Palma il Giovane (1544-1628) in alcune chiese friulane ed è stato quindi attribuito ad un ignoto pittore appartenente a quella cerchia di artisti che guardavano alle indicazioni stilistiche palmesche, non riuscendo tuttavia sempre a tradurle con la medesima qualità pittorica. Quest’ultima caratteristica viene a tratti a mancare anche nel nostro dipinto che mostra elementi gradevoli, come la dolcezza del volto di Maria e la caratterizzazione di quello del santo milanese con il naso adunco e le lumeggiature nel pastorale, alternandosi a soluzioni meno felici, come i panneggi delle vesti.
L’opera fu probabilmente realizzata nella prima metà del XVII secolo, sulla scia della crescente devozione a Carlo Borromeo il quale, canonizzato nel 1610, divenne uno dei santi invocati contro la peste. In una visita pastorale del 1710 già se ne raccomandava un “restauro” con ritocchi alla figura di Maria e agli angeli.
Sulla parete opposta si trova la tela con La visione di san Francesco (secolo XVIII) in cui l’autore, non identificato, rappresenta il santo di Assisi in ginocchio e in adorazione di Cristo che, posto dinanzi a lui, trasporta la croce verso il monte Calvario. Sovrasta la scena l’imponente figura del Padre Eterno, il quale, assiso su un trono di nubi e circondato da una schiera angelica, indica al Figlio il santo.
Degno di nota il Crocifisso ligneo che può essere attribuito al maestro intagliatore Ludovico Olivo, il cui nome risulta nelle note spese (1711) per la realizzazione di un crocifisso.
Gli altari laterali
Gli altari laterali sono dei felici esempi dell’arte del XVII e del XVIII secolo in Friuli.
Quello a destra, dedicato a San Rocco, andò a sostituire il precedente in origine intitolato a San Leonardo. Fu realizzato tra il 1772 e il 1775 da Gian Giacomo Contieri (spesso citato nei documenti con il nome di Giovanni) scultore attivo in Friuli durante la seconda metà del XVIII secolo e autore, tra l’altro, di statue per gli altari delle parrocchiali di Buttrio, Dignano, Ciconicco, Barazzetto e Vissandone e per la chiesa di San Giacomo a Udine.
L’altare è arricchito da una preziosa pala raffigurante L’Eterno Padre in gloria ed i santi Rocco, Sebastiano e Leonardo, eseguita tra il 1699 e il 1700 dal pittore udinese Giacomo Carneo (1660-doc. 1731), figlio del famoso Antonio. L’esasperata torsione del busto di san Sebastiano trova corrispondenza nella rotazione di san Leonardo che, seduto a terra, pare sorpreso e quasi spaventato dall’apparizione del Padre Eterno il quale, posto dall’artista in asse con san Rocco e attorniato da una nube di cherubini, accoglie nella sua protezione i tre santi.
L’altro altare, intitolato alla Beata Vergine del Rosario, è opera del 1745 e attribuibile allo scultore Simone Periotti (sovente citato anche come Paviotti o Pariotti) documentato tra il 1718 e 1753 e capostipite di una famiglia di scultori e altaristi prosecutori in regione dell’arte di Torretti e Contieri.
L’altare, dal prezioso paliotto intarsiato con un raffinato intreccio floreale di marmi policromi, è fiancheggiato dalle statue di San Domenico e Santa Rosa da Lima. Il fondatore dei Domenicani è rappresentato vestito con l’abito dell’Ordine e associato ai suoi consueti attributi: la stella in fronte e il libro in mano, emblemi della sapienza, e il giglio come segno di purezza. La santa è raffigurata come una giovane domenicana e con i simboli a lei propri, ossia la corona di rose sul capo e il Bambino Gesù, in questo caso inserito al centro della ghirlanda rosata che la donna tiene in mano.
Al centro dell’altare, entro un ovato, è esposta la settecentesca statua della Vergine con Bambino, realizzata in legno e cartapesta. Di autore ignoto, fa parte di quelle Madonne vestite che nel XVIII e fino al XIX secolo adornavano le chiese friulane e delle quali le donne del luogo si prendevano cura mondando e cambiando le vesti, che non di rado erano in seta o, comunque, finemente ricamate.
A coronamento della nicchia ovale corrono quattordici medaglioni realizzati a tempera su lamina metallica dal pittore Luigi Filipponi, il quale nel 1923 fu incaricato di rifare quelle decorazioni. Nelle note d’archivio si legge infatti che rimasero sotto i presenti dipinti quelli eseguiti su marmo che, evidentemente, sono quelli coevi dell’altare.
Le piccole opere rappresentano i Misteri del Rosario, suddivisi in Gaudiosi, Dolorosi e Gloriosi, ma non inseriti secondo questo ordine canonico. Partendo dal basso e proseguendo in una lettura in senso orario si possono riconoscere le scene dell’Annunciazione, Visitazione, Natività, Presentazione al Tempio. A seguire dovrebbero comparire quelli riferibili ai Misteri Dolorosi, ossia l’Orazione nell’orto, la Flagellazione, Cristo deriso, la salita al Calvario e la Crocifissione, che invece sono collocate sul lato opposto. Sulla parte alta sono invece posti erroneamente i dipinti riferibili ai Misteri Gloriosi: la Resurrezione, la Discesa dello Spirito Santo, l’Assunzione di Maria e la sua Incoronazione. L’errata posizione non è la sola anomalia, mancando infatti il medaglione con l’Ascensione, che avrebbe dovuto trovarsi tra di essi subito dopo la Resurrezione. È possibile che in occasione di alcune manutenzioni esso sia andato perduto, tuttavia lo spazio a disposizione non consente l’inserimento di un ulteriore medaglione, anche avvicinando tra loro quelli esistenti o annullando la separazione tra i precedenti, il che fa supporre che si tratti di un’originaria (o originale?) dimenticanza del pittore o di un maldestro riutilizzo da qualche altare di altra chiesa.
La chiesetta campestre di San Leonardo
La storia della chiesa
Sede di un castelliere preistorico prima e di un castello medievale poi, la collina di Variano ospita una delle più note chiesette votive del Medio Friuli. Con ogni probabilità già esistente all’epoca in cui sul colle sorgeva la fortezza (secolo XIII) e in seguito distrutta dal terremoto del 1511, l’attuale chiesetta risale al 1529 e fu dedicata a san Leonardo, la cui devozione è presente nella liturgia aquileiese già dal 1240.
I restauri strutturali che interessarono l’edificio nel corso degli anni Novanta del secolo scorso consentono di avvalorare l’ipotesi di una più antica costruzione sacra annessa ad un complesso castellano, oltre a supporre l’esistenza di strutture romane in un contesto, quello del colle, già sito di accampamenti preistorici.
L’edificazione del cosiddetto castello Spellagallo iniziò nel 1288 per volere di Randolfo di Villalta e dei suoi fratelli e si concluse nel 1294. In quello stesso anno i Villalta, come altre casate nobili friulane, si allearono con Giovanni di Zuccola, contro cui muovevano le truppe guidate da Artico di Castello, il quale rivendicava a costui certe questioni ereditarie. Questa alleanza causò l’assedio del castello Spellagallo da parte di Gerardo da Camino mandato a tal scopo da Artico. Uno dei fratelli di Randolfo, Detalmo, che era a capo della difesa della fortezza, chiese ed ottenne una sospensione dell’assalto in cambio della resa. Ciò, tuttavia, non procurò lunga vita alla fortezza: quattro anni più tardi (1298) il patriarca Raimondo inviò le milizie a Variano per distruggere il maniero dei Villalta col pretesto che quei signori risultavano morosi nei confronti del Patriarcato. Il castello fu in seguito sostituito da un apparato difensivo utile alla popolazione durante le scorrerie.
Distrutta nel 1411 dalle truppe ungare guidate dall’imperatore Sigismondo I, la cortina fu ricostruita per far fronte alle nuove invasioni dei turchi (1477).
La chiesetta di San Leonardo ricalca nelle linee architettoniche le forme delle chiese che costellano la campagna friulana: aula rettangolare, abside poligonale, monofora campanaria, rosone centrale in facciata, finestre arcuate sui lati, portale centrale e ingresso laterale.
L’interno
Se nella sua struttura si presenta come tante altre chiesette votive, quella di San Leonardo racconta il suo mistero e svela il suo carattere all’interno, dove le pareti sono decorate da singolari ed enigmatici affreschi. Questi, ricoperti dalla calce nel corso del 1595 a causa della sopraggiunta peste, videro nuovamente la luce nel 1927 e furono in quell’anno restaurati. Dopo quell’intervento ne seguirono altri, nel 1978-1979 e nel 2009, quando si eseguì il restauro delle pitture dell’abside.
Correndo con lo sguardo lungo le pareti si notano stili differenti che si sovrappongono nel racconto, il quale risulta discontinuo non solo per la qualità artistica, ma anche per la successione delle varie scene sacre di cui è difficile addirittura ricostruire l’ordine di lettura.
Questo affastellamento iconografico è forse il frutto dell’avvicendamento di più artisti e sicuramente di più committenti locali, i quali a diverse riprese ed evidentemente mettendo sul piatto una disuguale offerta economica, vollero lasciare una testimonianza per qualche grazia ricevuta, o affidarsi alla preghiera dei santi. In più punti sono infatti visibili lacerti ed iscrizioni che, seppur non facili da decifrare, indicano l’anno di esecuzione di alcuni dipinti (1533), suggerendone la realizzazione a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, e svelano anche l’identità dei vari committenti.
La parete destra
Sulla parte destra, leggendo le scene dall’ingresso verso il presbiterio e partendo dalla fascia superiore, sono dipinte l’Orazione nell’orto, la Cattura di Cristo e Cristo davanti a Pilato, scene evangeliche con una continuità narrativa, spezzata però dalla raffigurazione della Strage degli Innocenti, che non ha nulla a che fare con la successione cronologica dei fatti, ma che forse vuole qui rimandare ad un analogo sacrificio, sempre di un Innocente. Proseguendo si incontrano un Sant’Osvaldo e una Madonna in trono con Bambino affiancata da un santo, forse San Giacomo, e da San Leonardo.
La lettura dei dipinti, interrotta da una consistente lacuna, si basa su una scena in cui due cavalieri recano omaggio a Maria o chiedono il suo perdono. Il caratteristico abbigliamento di uno di questi porta a identificarlo come protagonista anche della scena a fianco, sulla parte inferiore dell’arco trionfale. Una delle letture iconografiche fatte in occasione degli studi su questi affreschi riconosce in costui San Giuliano l’Ospitaliere.
Scendendo si trova una Madonna tra i santi Bonifacio e Rocco e continuando sulla parte destra si vedono San Sebastiano e San Leonardo, poi una lacuna spezza il discorso pittorico che prosegue con la Salita al Calvario, dopo un’ulteriore interruzione dovuta all’inserimento di una porta, si vede l’immagine mariana tra i santi ritenuti protettori dalla peste: San Rocco e San Sebastiano.
È invece un diversa mano quella che firma i successivi tre riquadri in cui sono collocati Sant’Agata e Santa Cristina, il Miracolo di san Nicola e un San Leonardo, che per raffinatezza dei tratti si discosta dalle figure vicine. Il riquadro in cui è raffigurato il Miracolo di san Nicola narra di uno sbarco di soldati armati di lance, mossi all’assalto di una fortezza e protetti nell’impresa da un santo vescovo. La scena è sempre stata letta come raffigurazione del miracolo del salvataggio dei naufraghi ad opera di san Nicola. Vero è che, più che marinai, quelli a cui il santo in questo caso presta soccorso sono dei soldati, ma essendo la vicenda già alquanto lacunosa sul piano storico, non deve sorprendere se la traduzione in pittura non risulta sempre del tutto fedele.
Alcune suggestive interpretazioni vedono nella scena un rimando alla storia locale, ovviamente non per improbabili sbarchi di navi a Variano, ma piuttosto per l’inusuale presenza del gallo sulla sommità della cinta muraria della città, che fa supporre un rinvio all’assedio del castello di Spellagallo. È possibile però che l’animale sia un aggiunta posteriore, come sembra esserlo anche quella figura intenta ad azionare i cannoni.
Concludendo l’analisi di questa parete si può avanzare l’idea che l’Orazione nell’orto, la Cattura di Cristo, Cristo davanti a Pilato, la Strage degli Innocenti, il Miracolo di san Nicola e il San Leonardo, seppur realizzati nello stesso momento, non portano la stessa firma di colui che sulla medesima parete si occupò del Sant’Osvaldo della Madonna tra santi e della Salita al Calvario. A una diversa mano appartiene il riquadro con la Madonna tra i santi Rocco e Sebastiano ed infine fu un altro pittore a ritrarre le figure la figura propriamente più sofisticata di tutta la parete: uno scultoreo San Lorenzo accompagnato da San Leonardo e dal committente orante. Fu invece lo stesso pennello a dipingere la Madonna in trono tra san Bonifacio e san Rocco nella fascia inferiore dell’arco.