Le chiese di San Giorgio della Richinvelda

San Giorgio della Richinvelda

Le chiese di San Giorgio della Richinvelda

L’attuale parrocchia di San Giorgio della Richinvelda è ciò che rimane dell’originaria pieve, annoverata tra quelle di più antica fondazione, tanto da risalire al periodo tra l’invasione gotica e la decadenza del dominio longobardo.

È assai probabile che già in età romana piccoli insediamenti agricoli fossero sorti nel territorio, percorso dalla cosiddetta via Germanica, detta anche via Germanica-Concordiese o via Commerciale, perché utilizzata dai mercanti tedeschi per raggiungere le coste del mare Adriatico.

Inizialmente la pieve di San Giorgio della Richinvelda fu molto estesa e abbracciò, oltre alla zona compresa dall’attuale Comune, anche il territorio delle attuali parrocchie di San Martino al Tagliamento, Valvasone, Arzene, Barbeano, Gradisca, Provesano, Pozzo, Cosa, Aurava, Domanins, Rauscedo e, sull’altra riva del fiume Tagliamento, quello di Rivis, Turrida, Grions e Redenzicco.

Il territorio plebano era sottoposto alla sovranità dei patriarchi di Aquileia che, in un’epoca non precisata dai documenti, lo cedettero in feudo ai signori di Spilimbergo.

Successivamente, nel 1281, Walterpertoldo di Spilimbergo rinunciò ad una parte dei suoi possedimenti in favore di Giovanni di Zuccola. Gli Spilimbergo compaiono nuovamente in un documento del 3 febbraio 1332, quando si accordarono con i Valvasone per la determinazione dei confini dei rispettivi feudi: agli Spilimbergo passarono le ville di San Giorgio, Rauscedo, Domanins, Aurava, Provesano e Pozzo; mentre i signori di Valvasone ebbero Arzene, Arzenutto, Postoncicco e San Martino.

Nel frattempo la vasta pieve andò incontro ad un progressivo smembramento, conclusosi alla metà del secolo scorso, che ne ridusse sensibilmente l’estensione territoriale.

Quanto al titolo di San Giorgio è lecito pensare che risalga all’età longobarda, quando il culto verso il santo cavaliere martire di Lydda raggiunse in Friuli un’alta popolarità.

La chiesa parrocchiale di San Giorgio

Le origini. Dal IX al XIX secolo.

Della primitiva chiesa parrocchiale dedicata a San Giorgio poco si sa oltre a quanto attesta l’epigrafe scolpita sulla lesena del fianco meridionale dell’edificio:

ERETTA NEL IX/ QUESTA MATRICE/ VIENE RICOSTRUITA/ IN SUL FINIRE/ DEL SECOLO XIX.

Notizie assai scarse si hanno anche riguardo alle vicende successive dell’edificio, almeno fino alla data, normalmente interpretata come 1424, segnata nel terzo archetto sottogronda della parete sud, quasi in prossimità del campanile, che ne attesta verosimilmente la ricostruzione o, quantomeno, un ampliamento.

L’11 ottobre 1537, a seguito di questi rilevanti lavori, la chiesa fu consacrata dal vescovo di Caorle Daniele de Rubeis. In seguito l’edificio fu dotato di un nuovo fonte battesimale (attualmente sistemato nel vano a sinistra dell’ingresso), che, come testimonia l’iscrizione incisa sul basamento (PLEBANO P. ROMVLO GAMB.NO), fu commissionato nel 1589 da don Romulo Gambellino, pievano di San Giorgio dal 1586 al 1595, anno in cui rinunciò all’incarico per passare nella parrocchia di Casarsa della quale era originario (più tarda è la copertura lignea poligonale sormontata dalla statua di San Giovanni Battista).

 

 

Approfondimento

Al secolo XVI sono databili l’Acquasantiera a fusto posta a destra dell’ingresso principale, caratterizzata da un alto zoccolo quadrangolare e dalla coppa decorata da larghe baccellature, e quella, anch’essa a fusto, addossata al pilastro di fronte all’ingresso laterale sul fianco nord.

La piccola Acquasantiera a muro della parete opposta è invece riconducibile al secolo successivo.

Al XVII secolo risale l’estensione del coro, con l’aggiunta dell’abside, e il posizionamento di un nuovo altare maggiore in pietra, rinnovato una prima volta nel 1787 per volere di don Giobatta Fabricio ed una seconda, dopo la riedificazione ottocentesca della chiesa, presumibilmente intorno alla metà del Novecento, dal pievano Geremia Bomben.

La riedificazione.

L’attuale edificio, severa e articolata costruzione neogotica, fu progettato dall’impresario gemonese Girolamo D’Aronco (1825-1909), padre del più famoso architetto Liberty Raimondo (1857-1932). Il progetto originale fu in parte modificato in modo rilevante da Antonio Pontini (1832-1918), il quale in facciata eliminò alcuni archetti sottogronda, mentre all’interno eliminò il pulpito e le nicchie sulle pareti laterali e semplificò i capitelli dei pilastri, inoltre fece aprire la porta sul fianco settentrionale dell’edificio e sostituì le finestre circolari del presbiterio con altre di forma allungata.

 

 

Approfondimento

Girolamo D’Aronco fu esperto costruttore di edifici religiosi in tutto il Friuli: a lui si devono, per citare solo alcuni esempi, le chiese di Amaro, Interneppo, Pontebba, Forni Avoltri, Prato Carnico, Sedegliano Bressa di Campoformido; suoi anche i campanili delle vicine frazioni di Pozzo e Domanins. Egli dimostrò una netta propensione per lo stile neogotico allora molto in voga e, talvolta, seppe combinarlo con elementi neoromanici (come ad esempio nella chiesa di San Marco del Friuli).

La simmetria, la tripartizione della facciata, l’uso di pinnacoli, di guglie angolari e di archetti pensili, costituiscono tratti peculiari che contraddistinguono quasi tutte le sue architetture religiose. D’Aronco eccelleva nell’impiego di mattoni in cotto disposti a formare tessiture angolari esteticamente valide pur nella loro semplicità. Nell’impresa della sua famiglia venivano prodotti elementi architettonici e decorativi in pietra artificiale, altre parole in cemento Portland lavorato a stampo, utilizzati per ornare molte delle costruzioni dell’impresario.

D’Aronco seppe inoltre instaurare una proficua collaborazione con i decoratori delle chiese, soprattutto con i pittori gemonesi, in particolare con Francesco Barazzutti (1847-1918), attivo a San Giorgio nel 1898, con cui lavorò anche nella parrocchiale di Pontebba.

Le operazioni di riedificazione iniziarono nel 1885 (con il parroco don Giovanni Bigai), anno in cui fu completata la facciata, ma subirono dei rallentamenti fino al 1894 quando, grazie ai fondi raccolti dal pievano don Angelo Petracco, i lavori furono ripresi e portati a termine con il completamento dei fianchi dell’edificio.

La facciata.

La facciata, sovrastata da una croce e da due tozzi pinnacoli laterali, presenta un rosone centrale affiancato da due finestroni laterali ad ogiva in laterizio, mentre gli spioventi sono decorati da archetti pensili.

Nella lunetta sopra il portale è collocato un altorilievo con San Giorgio, titolare della chiesa, raffigurato a cavallo mentre lotta con il drago. La lunetta del portale laterale del fianco meridionale, che in origine costituiva l’ingresso principale alla chiesa, ospita anch’essa un espressivo benché abraso rilievo cinquecentesco raffigurante San Giorgio che libera la principessa dal drago, ritenuto assai prossimo ai modi dei fratelli Baldassarre e Rigo, ai quali spetta il bassorilievo con l’Elemosina di san Martino, datato 1508, sulla porta laterale destra della vicina parrocchiale di San Martino al Tagliamento.

Il portale sul lato nord è sovrastato da una decorazione musiva realizzata nel 1960, raffigurante il Calice eucaristico, simbolo di redenzione.

L’interno.

L’interno, coperto da un tetto a capriate, presenta una navata centrale e due navatelle laterali. Un arco trionfale a sesto acuto e tre gradini delimitano lo spazio del presbiterio, coperto da una volta a crociera e illuminato da finestre aperte.

Particolare importanza riveste l’altare maggiore, le cui balaustre laterali, opera del lapicida Baldassarre (forse da identificare con il Baldassarre appartenente alla famiglia di Ciotta di Meduno), furono poste in opera nel 1667 per volontà di don Nicolò Simonati, come attesta l’iscrizione che corre sul fianco destro: 1667 PR NICOLO SIMINATI PIO ET ISEPPO BOLPATO CAMERARO ET BATISTA LVCHINO PROCVRATOI ET IO MIo BALdR DI MEDN FECE L’OPERA.

L’accurata decorazione a tralci di vite e ovuli delle balaustre, richiama quella del paliotto lapideo sottostante l’ancona del Pilacorte nella vicina chiesa di San Nicolò, che forse fu fatto realizzare proprio per l’altare maggiore di questa parrocchiale.

Nel 1787 l’altare del tabernacolo fu arricchito di pregiati marmi policromi. Attorno a quella data, presumibilmente, fu collocato l’attuale paliotto, anch’esso in marmo di diverse tipologie e colori.

 

Don Geremia Bomben, parroco dal 1936 al 1967, provvide a collocare un Crocifisso al centro della parete e a decorare l’altare maggiore con l’aggiunta delle statue lignee di San Giovanni Battista, sulla sinistra, e di Santa Lucia, sulla destra, in ricordo degli altari intitolati a questi Santi, compatroni nella vecchia parrocchiale. Le due sculture sono opera della bottega “Giacomo Vincenzo Mussner” di Ortisei.

Alle pareti della navatella sinistra sono addossati due altari: quello di San Giorgio, sopra il quale è collocato il gruppo scultoreo con San Giorgio in lotta con il drago, ritenuto proveniente dalla scuola d’intaglio della Valgardena, e quello settecentesco intitolato alla Madonna del Rosario, che ospita nella nicchia centrale una statua lignea della Madonna con il Bambino.

 

Sulla parete della navatella destra, di rimpetto a quello della Madonna, si trova l’altare di San Giuseppe, ricostruito nel primo dopoguerra con materiali di recupero.

La decorazione pittorica che si dispiega sulle pareti laterali e nel presbiterio fu portata a compimento nel 1898 da Francesco Barazzutti, spesso collaboratore di D’Aronco, con il quale condivise il gusto neogotico allora alla moda.

Approfondimento

Francesco Barazzutti (1847-1918), padre di Giuseppe (1890-1940), operò come frescante in chiese, conventi, palazzi ed edifici pubblici e privati in varie località dell’Impero austro-ungarico, in collaborazione con il cugino Felice (1857-1925) e con Tomaso Fantoni (1822-1892). Il favore incontrato dal suo lavoro è attestato anche in Friuli da numerose commissioni per la decorazione di edifici sacri sparsi sul territorio: ricordiamo almeno gli affreschi della chiesa parrocchiale di Cassacco, delle chiese di San Martino a Precenicco e di Bueriis (dove nel 1900 realizzò una Crocifissione nel lunettone dell’abside e alcuni medaglioni con figure di Santi), di Sant’Antonio a Pielungo di Viro d’Asio (1905), delle parrocchiali di San Pietro apostolo a Tarcento (1905), di San Lorenzo martire a Caporiacco (1909), del castello di Pielungo o di Montececon (1905-1909), della parrocchiale di San Lorenzo a Forgaria nel Friuli, delle chiese di Sant’Andrea apostolo a Ronchis (1912), di Iutizzo, nei pressi si Codroipo (1913), e della parrocchiale di Orsaria di Premariacco (1919).

Lungo le pareti della navata centrale, dove si susseguono le stazioni della Via Crucis a rilievo, Barazzutti dipinse entro compassi mistilinei cinque Angeli con cartigli, contenenti versetti in latino tratti dai Salmi e dal Vangelo, e l’Agnello apocalittico, simbolo di Cristo redentore che adempie il progetto di salvezza divino contenuto nel Libro dei sette sigilli. Gli spazi definiti dagli archetti pensili sotto il cornicione sono occupati da simboli cristologici alternati a motivi decorativi.

Nelle lunette ad ogiva poste sopra le porte laterali, si intravedono sulla destra san Paolo con la spada, strumento del suo martirio, e sulla sinistra san Rocco, il santo di Montpellier comunemente noto per essere protettore contro la peste, riconoscibile dal bastone da pellegrino e dalla conchiglia appuntata sulla spalla.

Sulla parete anteriore dell’arco trionfale è affrescato Cristo benedicente tra due Angeli che reggono cartigli. Il sottarco è decorato da altri due Angeli, mentre in quello dell’arco che dà accesso all’abside, sempre entro cornici polilobate, trovano posto le raffigurazioni della Maddalena penitente – chiaramente ispirata al prototipo tizianesco individuabile nelle tele raffiguranti il medesimo soggetto conservate all’Ermitage di San Pietroburgo (1565) e a Capodimonte (1567) – e il tema dell’Educazione della Vergine.

Nelle quattro vele della volta del presbiterio sono rappresentati San Giorgio, Santo Stefano, Sant’Isidoro agricoltore e il Beato Bertrando, colti in momenti significativi della loro vita terrena e presentati in qualità di exempla virtutis. Le figure, delineate con tinte sature e primarie, mostrano un lessico stilistico riconducibile alla pittura semplice e schietta dei Nazareni e sono inserite in paesaggi campestri, che richiamano quello delle zone brulle e sassose della pianura circostante al fiume Tagliamento e al torrente Meduna.

San Giorgio, titolare della chiesa, è raffigurato in armatura e in groppa al suo cavallo bianco nel momento in cui trafigge il drago con la lancia, mentre sullo sfondo la principessa assiste alla scena.

Santo Stefano, protomartire della fede cristiana, è inginocchiato in preghiera ed è ritratto nel momento che precede la sua lapidazione.

Sant’Isidoro è colto in preghiera ed è accompagnato dai buoi con i quali l’angelo miracolosamente provvide ad arare i suoi campi.

Il patriarca Bertrando, raffigurato in atto benedicente, si staglia su un paesaggio nel quale sono chiaramente riconoscibili la chiesetta di San Nicolò e il cippo commemorativo della sua uccisione. Accanto al presule un vivace putto sorregge due stemmi. Quello di sinistra è l’emblema del Patriarcato d’Aquileia, contraddistinto dall’aquila d’oro su fondo azzurro, che si ritrova anche sul camice presumibilmente appartenuto al beato Bertrando ed ora nel Museo del Duomo di Udine. Quello di destra rappresenta l’arma del casato dei Saint-Geniés, che si rinviene nel trecentesco codice miniato (Graduale 3), tradizionalmente conosciuto come Graduale di Bertrando, conservato nel Museo della pieve e del tesoro del duomo di Gemona del Friuli.

Sulla sommità della volta dell’altare maggiore è affrescata una piccola colomba, immagine cristiana dello Spirito Santo.

La nuova chiesa fu benedetta l’11 settembre 1898 e due anni dopo, nella cantoria, fu collocato l’organo realizzato dal maestro Beniamino Zanin (1856-1938), esponente della famosa scuola di organari di Camino al Tagliamento. Lo strumento fu inaugurato il 7 ottobre 1900, nel giorno della Beata Vergine Maria del Rosario.

La chiesa di San Nicolò

Nella piana della Richinvelda, non distante dal guado del fiume Tagliamento, si trova la chiesa di San Nicolò, la cui storia è strettamente legata a quella del beato Bertrando, cioè il francese Bertrando di Saint-Geniès, che fu patriarca d’Aquileia dal 1334 fino al 6 giugno 1350, quando in questo luogo ebbe tragica fine la sua vita terrena.

 

 

Approfondimento

Il sanguinoso agguato di cui fu vittima il patriarca (il 6 giugno del 1350), drammatico episodio delle guerre che turbarono il Friuli negli ultimi anni del suo governo, fu predisposto al rientro del presule dal Concilio di Padova da un gruppo di congiurati appartenenti alle più potenti casate friulane, capeggiati da Enrico di Spilimbergo. Secondo la tradizione il corpo del patriarca fu trasportato a Udine su un carro e, come sacrilego dileggio, fu accompagnato da due meretrici.

Inizialmente sepolto dai canonici del Capitolo davanti all’altare maggiore del duomo, la tumulazione definitiva del patriarca fu stabilita nel terzo anniversario della morte, quando il suo corpo fu traslato nell’arca marmorea che egli stesso aveva fatto eseguire in vita per deporvi le reliquie dei santi aquileiesi di Ermacora e Fortunato.

A perenne ricordo del mortale agguato del quale fu vittima il beato, qualche decennio dopo il 1350, nel punto dove era avvenuta l’aggressione fu eretto un cippo, che fu sostituito da quello attuale nel 1895.

L’edificio.

La chiesa, dedicata a San Nicola di Bari, fu costruita prima del 1350 (quando vi fu portato il corpo morente del patriarca Bertrando), ma fu sicuramente rimaneggiata più volte a seguito del mutare delle esigenze del culto e delle funzioni.

L’edificio è composto da tre corpi distinti. Il primo, difficilmente databile con precisione, è costituito dal portico, che presenta due archi a tutto sesto di diversa ampiezza sul fianco sud, e dall’aula rettangolare con copertura a capriate.

Il secondo, da assegnarsi alla fine del XV secolo, è costituito dal presbiterio, sopraelevato rispetto all’aula, coperto da una volta a crociera, le cui vele sono delimitate da robusti costoloni, e illuminato da una finestra gotica.

Il terzo, costituito dal sacello a pianta rettangolare dedicato al beato Bertrando, è sicuramente la parte più recente dell’edificio. Sul muro di fondo vi è un campanile a vela con bifora campanaria, che risale presumibilmente agli anni Quaranta del Novecento.

Esternamente, sotto la linea di gronda, scorre il motivo degli archetti pensili intrecciati e sulla parete meridionale, accanto a una delle due finestrelle tamponate, è ancora visibile un lacerto di affresco quattrocentesco raffigurante San Cristoforo, protettore dei viandanti.

L’altare del Pilacorte.

La chiesa conserva la suo interno un altare lapideo policromo scolpito nel 1497 da Giovanni Antonio da Carona detto il Pilacorte (1455-1531), forse il più conosciuto tra i lapicidi lombardi operanti in Friuli e considerato uno dei protagonisti della scultura in pietra del Rinascimento friulano.

Approfondimento

Lo scultore di origini lombarde Giovanni Antonio da Carona detto il Pilacorte (1455-1531) firmò una notevole quantità di opere di pregio disseminate in una quarantina di località del Friuli. Tra le migliori si possono ricordare l’Annunciazione di Travesio (1484), il fonte battesimale (1492) e l’altare del Carmine (1498) nel duomo di Spilimbergo, e, soprattutto, il portale del duomo di Pordenone (1511), preziosa testimonianza di un momento felicissimo della sua arte. Per restare nei pressi di San Giorgio della Richinvelda, nel 1497, anno in cui realizzò l’ancona per la chiesa di San Nicolò, il Pilacorte scolpì l’acquasantiera per la parrocchiale di Provesano e, l’anno seguente, il fonte battesimale della stessa chiesa.

L’ancona di San Nicolò è suddivisa verticalmente da quattro lesene, decorate da candelabre a rilievo, che limitano tre scomparti nei quali trovano posto, a partire da sinistra, il titolare della chiesa San Nicola di Bari, riconoscibile dalle tre sfere auree, che alludono ai sacchetti di monete d’oro donati alle figlie di un nobiluomo ridotto in povertà, la Madonna con il Bambino e un Santo, in veste di diacono, che regge un turibolo con la mano destra, generalmente riconosciuto come San Fortunato. Questo Santo, seppur con qualche dubbio a causa dell’assenza del suo specifico attributo, potrebbe essere meglio identificato con Santo Stefano, la cui immagine ricorre in numerosi edifici di culto dislocati lungo la riva destra del Tagliamento e come titolare della diocesi di Concordia. L’ancona è conclusa da una lunetta contenente i Simboli dei quattro Evangelisti (il toro di san Luca, l’aquila di san Giovanni, il leone di san Marco e l’angelo di san Matteo), sormontata al centro da un Padre Eterno benedicente.

Il complesso scultoreo presenta sul basamento un’iscrizione con i nomi dei committenti e dell’autore e della data di esecuzione:

ODORICVS PVTEVS IOANNES TRANSMONTIVS/ ET COLLEGAE DE MANDATV FRATERNITATIS F.F. OPVS IOANIS/ ANTONII PILACO/ HORTII SPILIMBERGENSIS 1497/ APRILIS.

Al centro è posta l’arma degli Spilimbergo, riconoscibile dal leone d’oro coronato, segno di sovranità, e dalle tre fasce nebulose che simboleggiano il possesso dei feudi friulani.

Complessivamente il gioco dei volumi appare ben calibrato, anche se le figure sono tozze, quasi ingenue, e presentano un modellato molto semplificato, a tratti persino sommario. L’ancona, conserva parte della policromia originale e alcune tracce di un secondo strato pittorico antico, mentre la ridipintura ottocentesca di Jacopo D’Andrea (1819-1906), pittore nativo della vicina frazione di Rauscedo, è stata quasi completamente asportata.

Sotto la mensa dell’altare del Pilacorte è collocato un paliotto seicentesco, in pietra grigia di Meduno, realizzato in origine per l’altare maggiore della chiesa parrocchiale di San Giorgio, dove si conservano le balaustre laterali con analoghi motivi ornamentali, e attribuito ad un maestro della famiglia di lapicidi medunesi Ciotta. La lastra, decorata a bassorilievo, presenta una grande croce centrale racchiusa da figure geometriche rilevate e circondata da una fascia decorata con ovuli e tralci di vite. Le lesene laterali, ornate da motivi a bugnato, testine di putti e rosette, sono affiancate da volute affrontate.

Il sacello del patriarca Bertrando.

Attraverso le due porte ai lati dell’altare del Pilacorte si accede al sacello retrostante, dove un riquadro, delimitato da una cornice lignea e da una catena, circoscrive la parte del pavimento dove fu adagiato il corpo morente del patriarca Bertrando dopo l’agguato subìto. Su questo luogo, coperto da un cristallo, convergono ancora oggi i fedeli a chiedere al beato la guarigione delle malattie della pelle.

Nella stessa aula si conserva la pietra con l’iscrizione che ricorda l’uccisione del patriarca Bertrando. Originariamente le lastra si trovava sul cippo commemorativo esterno, ma fu collocata in chiesa per sottrarla agli effetti del tempo.

Il 6 giugno del 1950, in occasione del sesto centenario della morte del beato Bertrando, fu eretto un altare nel sacello e nella nicchia sovrastante collocata la scultura con una donna inginocchiata che presenta il bambino al vescovo Bertrando. Nello stesso anno la cella campanaria a vela fu arricchita di una seconda campana a ricordo dei caduti in guerra.

La decorazione pittorica di Antonio Del Toso.

La decorazione pittorica dell’interno della chiesa risale al 1901 e si deve alla mano del poco noto pittore udinese Antonio Del Toso, come attesta l’iscrizione posta nel sottotetto della controfacciata, a sinistra dell’Angelo in preghiera: AEDICULA ANTIQUISSIMIS/ PICTURIS OLIM DECORATIA/ RURSUS INSTAURATUR ET/ PICTURIS ORNATUR AB/ A. DEL TOSO UTINENSI/ ANNO DOMINICI MCMI.

Le pitture murali ricoprono tutta la superfice interna della chiesa alternando motivi decorativi geometrici a scene figurate.

Nelle pareti laterali dell’aula sono narrati con sapore aneddotico due episodi della vita del beato Bertrando, pedissequamente ripresi dalle tavolette gotiche esposte nel Museo del Duomo di Udine.

La Carità del beato Bertrando, sulla parete destra, illustra una delle qualità che fecero di Bertrando un patriarca particolarmente amato. La scena lo vede protagonista quasi al centro della composizione, fiancheggiato da due sacerdoti e da diversi inservienti, nell’atto di distribuire il pane ai poveri, che lo circondano numerosi, mentre una folla di pellegrini converge verso di lui.

Sulla sinistra è invece descritto il tragico momento dell’Uccisione del beato Bertrando, vittima dell’imboscata tesagli dai congiurati nella piana della Richinvelda. Il patriarca nimbato è steso a terra, colpito a morte dalle lance e dalle spade degli uomini di Enrico di Spilimbergo, mentre il suo destriero e i cavalieri della scorta si danno alla fuga.

Nella parete di fondo, alla quale è addossato l’altare del Pilacorte, si vedono il Cristo crocifisso tra due Angeli inginocchiati che reggono cartigli. Nella parete nord due Angeli adorano il Calice eucaristico, mentre nella parete di fronte altri due Angeli sono disposti ai lati la finestra. Le quattro vele della volta del presbiterio accolgono, entro cornici polilobate, le figure del Beato Bertrando, di San Giorgio, di San Nicola di Bari e l’Educazione della Vergine.

La cappella della Santissima Trinità

Al centro di San Giorgio della Richinvelda, accanto alla chiesa parrocchiale di San Giorgio, si trova villa Pecile, un edificio risalente ai secoli XVIII-XIX caratterizzato da una torretta aperta in alto da una loggia, alla quale è annessa la cappella della Santissima Trinità.

Il piccolo oratorio, databile alla metà del XVIII secolo, presenta un’aula pressoché quadrata con presbiterio rettangolare e torretta campanaria a quattro bifore e cuspide a cipolla. In facciata, al centro del timpano, campeggia lo stemma dei Leoni, la nobile famiglia che per prima abitò la villa per poi cederla, negli anni Cinquanta dell’Ottocento, a Gabriele Luigi Pecile (1826-1902). Questi è noto per le importanti cariche politiche ricoperte (fu deputato liberale per Gemona del Friuli e Portogruaro, sindaco di Udine e senatore del Regno), ma anche per aver posto le basi di quella intensa attività agricola che fece di lui e del figlio Domenico (1852-1924) le personalità più spiccate nel progresso dell’agricoltura friulana.

L’altare della cappella è decorato da una pala plastica raffigurante la Santissima Trinità, un vero e proprio “quadro marmoreo” che mostra Cristo e l’Eterno Padre sormontati dalla colomba dello Spirito Santo da cui si dipartono raggi dorati. L’opera, il cui bozzetto è conservato nel Museo di Belle Arti di Budapest, è di grande qualità stilistica ed è stata attribuita a Giuseppe Torretti (1661-1743), il grande maestro nato a Pagnano, a pochi chilometri da Possagno, cui si devono importanti sculture e bassorilievi sia in Veneto che in Friuli.

L’impaginazione sicura e la raffinata esecuzione hanno suggerito una datazione al secondo decennio del XVIII secolo, coincidente con lo stesso alto momento stilistico della Cappella Manin di Udine, capolavoro di Torretti.