Le chiese di Lignano

L' architettura sacra nella Bassa friulana

Le chiese di Lignano

Lignano, le origini.

Sono davvero poche le tracce e testimonianze storiche precedenti il Novecento, agli inizi del quale ebbe inizio lo sviluppo turistico di questa “città inventata”, sorta su una penisola lunga 8 chilometri racchiusa a ovest dalla foce del Tagliamento, a nord dalla laguna di Marano e a sud dal mare Adriatico.

Sebbene il nome attesti nel prediale latino -anum l’esistenza di un primo nucleo di vita sulla penisola fin dall’epoca romana, legato ai prodotti che il mare e la laguna potevano offrire all’entroterra (la produzione del garum, sorta di salsa di pesce, e soprattutto il sale), per secoli la selvatichezza del territorio, ricoperto da una fitta boscaglia di pini neri, lecci e pungitopo e isolato dal retroterra da una larga fascia paludosa, impedì che la zona divenisse stabilmente abitata, se non da una modesta comunità di pescatori, zatterai, poveri contadini “con la malaria in faccia”, cacciatori di macchia e di palude, forse anche allevatori di cavalli.

Lignano e la Serenissima.

Durante il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia la penisola di Lignano, compresa nella Terra della Tisana, venne data in feudo a diverse famiglie nobiliari, tra cui i Vendramin discendenti dal doge Andrea.

Un documento del 1489 in cui Chiara Capello, vedova di Zaccaria Vendramin, sentenziava che l’affittuario dell’osteria di Pineda, piccolo borgo sorto su un rialzo del versante lagunare, a causa dei debiti contratti dovesse lasciare in pegno al nuovo conduttore il mantello e due orne di vino, sembra quasi presagire la vocazione all’ospitalità che il territorio avrebbe sviluppato alcuni secoli dopo…

Alla metà del secolo successivo tuttavia, quando Zaccaria Vendramin quondam Zaccaria fece costruire la chiesetta, oggi intitolata alla Purità di Maria, originariamente dedicata al suo santo omonimo, il borgo di Pineda non contava che una manciata di case.

Dopo una serie di schermaglie tra Venezia e l’Impero per il possesso di Marano, Lignano restò “Terra del Dogado”, parte integrante del demanio militare della Serenissima direttamente amministrata dal Consiglio dei Dieci. All’inizio del XVIII secolo all’estremità della penisola fu costruito un fortino con la funzione strategica di vigilare l’accesso alla laguna di Marano; un secondo sorse in epoca napoleonica, mentre la presenza umana continuava ad essere esigua.

Lignano, località balneare.

La storia balneare di questa località ebbe inizio nel 1903: seguendo il modello di due già affermate stazioni turistiche dell’alto Adriatico, il Lido di Venezia e Grado, il 15 aprile di quell’anno si fondava il primo stabilimento “Bagni di Porto Lignano”. Il luogo, prescelto con una solenne cerimonia, era la punta orientale della penisola, da cui la città si sarebbe sviluppata nel corso dei decenni in direzione ovest, fino a raggiungere il Tagliamento. Vennero poi le prime improvvisate strade, i collegamenti mediante vaporetti dai porti di Marano e Precenicco e i primi alberghi e villini, anche se le condizioni di vita rimasero difficili almeno fino agli anni Venti, quando Lignano ebbe l’acqua potabile e limitatamente ad alcuni posti privilegiati, la luce elettrica, e soprattutto furono avviate le opere di bonifica che consentirono di tracciare la strada di collegamento con Latisana.

Gli anni Trenta segnarono una più decisa affermazione della città come luogo di vacanze, con la costruzione della strada lungomare, ufficialmente pista di atterraggio di aerei, di un idroscalo militare, in realtà darsena civile, della chiesa parrocchiale intitolata a San Giovanni Bosco e della Colonia Elioterapica; il 23 marzo 1935 venne istituita un’Azienda autonoma di soggiorno, mentre diveniva ormai usuale l’appellativo Sabbiadoro, felice intuizione dovuta forse alla penna di Gabriele D’Annunzio.

Dopo il secondo conflitto mondiale, in cui fu spesso teatro di intensi duelli aerei non soffrendo tuttavia grossi disagi, con il boom economico e la balneazione di massa Lignano è divenuta un centro turistico di fondamentale importanza per l’economia della Regione, richiamando per alcuni mesi dell’anno centinaia di migliaia di persone.

Tappe di questo sviluppo sono la nascita di Pineta e Riviera e la conquista dell’autonomia amministrativa negli anni Cinquanta, la crescita di Sabbiadoro, di cui è simbolo l’attuale Terrazza a mare, fino alle realizzazioni più recenti che la caratterizzano come luogo peculiare di sperimentazione del nuovo.

La chiesa parrocchiale di San Giovanni Bosco

La maggior parte delle costruzioni sorte a Lignano Sabbiadoro nei primi decenni del Novecento sono andate purtroppo perdute, come la Terrazza a Mare di Provino Valle, o sono state ristrutturate e modificate, come l’Albergo Marin e la Colonia Elioterapica di Pietro Zanini. In questo contesto di “perdita di memoria”, non si è salvata nemmeno la prima chiesa parrocchiale di San Giovanni Bosco, realizzata nel 1937.

Negli anni Trenta, dopo la bonifica della Bassa friulana, l’aumento della popolazione locale e lo sviluppo del turismo, favorito anche dalla costruzione della strada che univa Lignano al resto del territorio, avevano determinato la necessità improrogabile di sostituire la chiesetta di San Zaccaria con un luogo di culto di maggiori dimensioni e più vicino al nuovo nucleo di sviluppo. All’epoca la messa domenicale estiva veniva celebrata nel salone della villa Moretti, nei pressi dell’attuale piazza Fontana, da un sacerdote proveniente da Udine, mentre il territorio risultava filiale della parrocchia di Pertegada (distaccata dall’antica pieve di Latisana nel 1926, con giurisdizione appunto su Bevazzana e Lignano).

Approfondimento

Risalgono al 1930 e 1931 due progetti dell’architetto Provino Valle per la chiesa di Lignano: il primo si richiamava ad un’immagine di devozione religiosa fortemente tradizionale (navata unica, facciata incorniciata da due lesene, rosone e sovrastante cella campanaria, piccolo portico sorretto da colonne ed archi), mentre il secondo cercava di esprimere l’idea di modernità che la città balneare voleva rappresentare mediante soluzioni formali nuove (colonne trasformate in semplici cilindri e pilastri, basso portico sormontato dalla facciata con inscritto un timpano semicircolare, volumetria nitida). Entrambe le proposte, come pure quella presentata dall’architetto Giovanni Santi di San Giorgio di Nogaro, furono scartate dalla commissione nominata ad hoc, che prescelse invece nel 1937 il progetto di un altro friulano: Cesare Miani. 

La prima chiesa parrocchiale di San Giovanni Bosco (1938).

Su progetto di Cesare Miani, prescelto nel 1937, la nuova chiesa fu ultimata in pochi mesi, tanto da essere benedetta e aperta al culto il 9 luglio 1938; l’intitolazione al “Santo della gioventù” era stata formulata sin dagli anni della sottoscrizione, e precisamente nel 1934, quando Giovanni Bosco fu proclamato santo da papa Pio XI.

L’edificio sacro si caratterizzava per la semplificazione del tipo basilicale, a navata unica con cappelle ai lati; la soluzione della facciata risolta con il motivo del portico a doppio fornice e il trattamento in mattoni a vista, privo di aulicità, conferivano alla chiesa un aspetto rurale, confermato dalle finestre a oblò sui fianchi. Il progetto prevedeva poi la costruzione di due corpi bassi simmetrici addossati alla chiesa, ad uso sacrestia, e di una torre campanaria, non realizzati probabilmente per la mancanza di fondi e i concomitanti eventi bellici degli anni successivi.

Le esigenze della popolazione di ottenere stabilmente assistenza spirituale venivano infine accolte nel 1945, al termine del secondo conflitto mondiale, con l’erezione di San Giovanni Bosco di Lignano a parrocchia autonoma, definitivamente separata da Pertegada.

La nuova chiesa parrocchiale (1962-1991).

La chiesa di Miani tuttavia, ideata per una comunità di poche centinaia di persone, diventò troppo presto obsoleta, resa prematuramente inadeguata dall’eccezionale sviluppo turistico del secondo dopoguerra. Fu quindi affidato all’architetto Luciano Ria, vincitore del concorso bandito nel 1959, il compito di sostituire l’edificio di culto con uno di maggiore capienza.

Nel 1962 si iniziò a costruire la cripta e la zona absidale con il campanile che, collegata alla prima chiesa attraverso due scalinate ai lati dell’altare, costituì per oltre due decenni un anomalo ampliamento della stessa. Soltanto tra il 1989 e il 1991, demolendo la chiesa di Miani, il duomo venne completato affidando i lavori all’ingegner Ermes Vendruscolo, che aveva lavorato nello studio dell’architetto Ria scomparso senza vedere ultimata la sua opera.

La chiesa superiore, più ampia, è stata intitolata alla Madonna dell’Adriatico e delle sue genti, mentre la cripta ha mantenuto la dedicazione a San Giovanni Bosco.

Rispetto alla chiesa di Miani, improntata dal nitore razionalista e da una semplice linearità, quella di Ria è segnata da una concezione architettonica dinamica nel gioco ridondante dei volumi sviluppato intorno al perno centrale dell’altare, prolungato all’esterno dall’audacissima guglia, nel plasticismo del soffitto di cemento armato, che si gonfia come vele di un’imbarcazione o tende di un accampamento nomade sotto la spinta del vento, e nell’accentuato cromatismo delle vetrate.

Approfondimento

L’interno della cripta è ad aula unica; dalla vecchia chiesa provengono sia il tabernacolo e le colonnine a sostegno del fonte battesimale, sia i bassorilievi raffiguranti gli Evangelisti (1949), opera giovanile dell’artista latisanese Lionello Galasso, tre dei quali utilizzati per sorreggere l’altare e il quarto per il leggio. A fiancheggiare il grande Cristo crocifisso centrale, sono state qui riportate dal tempio di Miani anche le statue della Madonna con Bambino, realizzata da un artista di Ortisei, e di San Giovanni Bosco, eseguita nel 1936 dal Gruppo di Cooperatori Salesiani di Udine (Istituto Bearzi) che la donò riconoscente alla comunità cristiana di Lignano per aver scelto il Santo come proprio titolare.

Le due nicchie lignee della cripta sono arricchite da statue e decorate dai ritratti di santi, beati e cristiani esemplari, legati alla storia del Friuli, dipinti sullo sfondo: quella di destra accoglie Santa Rita e Padre Pio e le immagini di Anselmo di Nonantola, Marco d’Aviano, Concetta Bertoli e Luigi Scrosoppi, mentre in quella di sinistra i beati Odorico da Pordenone, Benvenuta Boiani, Elena Valentinis e Bertrando di Saint Geniés  fanno da sfondo alla statua di Sant’Antonio di Padova con Bambino.

Completano la decorazione della cripta tre dipinti a olio del pittore codroipese Pietro Fantini: ai lati dell’ingresso sono collocati La pesca miracolosa e Il mandato di Gesù agli apostoli (1997), mentre il presbiterio accoglie i Santi Ermacora e Fortunato (1998), patroni dell’arcidiocesi di Udine.

La chiesa dedicata alla Madonna dell’Adriatico

Alla chiesa superiore si accede attraverso la doppia rampa esterna, sotto la quale sono stati ricavati due ambienti molto ampi adibiti rispettivamente a sala riunioni per i giovani della parrocchia e a sede della Caritas.

Sulla fronte del tempio una statua della Madonna benedice idealmente l’Adriatico, le sue popolazioni e i suoi naviganti; le grandi porte con vetrate colorate, realizzate dal pittore Arrigo Poz di Udine, raffigurano i patroni d’Europa Santi Cirillo e Metodio e San Benedetto, mentre nella parte superiore sono rappresentate le chiese più importanti della zona.

Percorrendo la navata centrale realizzata nel 1991, decorata da vetrate dello stesso Poz aventi per soggetto le Opere di misericordia corporali e spirituali, si giunge all’unico altare, a sinistra del quale è posta la pala della Madonna Madre e Regina dipinta dal già citato Lionello Galasso, che ha ritratto ai piedi della Vergine la precedente chiesa di Lignano in mattoni.

Dall’altare si dipartono le due navate laterali, costruite già nel 1962, inizialmente collegate con la prima chiesa mediante due scalinate che salivano ai lati dell’altare. Nella parte più vecchia della chiesa superiore si possono ammirare le bellissime vetrate a mosaico, con grosse tessere di vetro colorato inframmezzate da parti in cemento e metallo, disegnate dalla moglie dell’architetto Luciano Ria a simboleggiare l’esaltazione della luce e del mare.

La chiesa superiore si utilizza nei mesi estivi per accogliere i numerosi turisti, mentre la cripta, riscaldata, è usata in inverno dai residenti lignanesi.

Approfondimento
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Nel 2012 la chiesa si è arricchita di un organo, realizzato in maniera artigianale e con intendimenti artistici dalla famosa casa organaria “Francesco Zanin di Gustavo Zanin” di Codroipo; lo strumento, progettato in collaborazione con il maestro Mario Scaramucci di Pordenone per la parte musicale e con l’architetto Sandro Pittini per quanto attiene all’aspetto estetico, è stato donato in ricordo di don Mario Lucis, parroco di Lignano dal 1952 al 1989 e promotore dell’ampliamento del duomo.

Pineta e la chiesa del Cristo Redentore

La zona di Pineta a Lignano è connotata da una ben definita tendenza architettonica. La lottizzazione di Pineta nacque infatti nel 1953 con l’originale progetto dell’architetto udinese Marcello D’Olivo, una spirale che dal centro compie tre volute e poi si volge verso l’entroterra nel dichiarato intento di rendere compatibile l’attività edilizia con il rispetto per l’ambiente. È evidente nell’opera di D’Olivo l’influenza di Le Corbusier, sia nel richiamo alla forma organica della spirale-conchiglia, sia nell’attenzione rivolta agli alberi: tutti quelli esistenti nella pineta furono infatti numerati e inseriti nel progetto. La spirale di Pineta fu da subito uno dei tratti distintivi della città: nel 1959 comparve, insieme all’oro della spiaggia e all’azzurro del mare, nello stemma di Lignano, nascente comune autonomo staccatosi da Latisana dopo un annoso braccio di ferro amministrativo.

Approfondimento

Nell’aprile del 1954 il conte Federico Kechler, fratello di Alberto - uno degli azionisti della Società Pineta - accompagnava Ernest Hemingway, con il quale aveva stretto una fraterna amicizia, a visitare la località balneare dove fervevano i lavori e, a nome della famiglia, gli offrì in dono un lotto di terreno per costruire una villa. Lo scrittore statunitense, che nel novembre dello stesso anno sarebbe stato insignito del premio Nobel per la Letteratura, scelse personalmente il terreno nella mappa di Pineta, apponendovi la firma. In Friuli non ritornò più, ma il suo nome restò legato per sempre alla località - lo ricordano tuttora il Parco Hemingway e un premio letterario internazionale – e la definizione che in quell’occasione aveva coniato per Lignano, “la Florida d’Italia”, divenne uno slogan di grande fortuna.

La chiesa del Cristo Redentore

Di fronte alla piazza Rosa dei Venti, centro della spirale disegnata da D’Olivo, si affaccia la chiesa del Cristo Redentore, realizzata su un terreno donato nel 1956 dalla Società Pineta. Anche in questa zona di Lignano, infatti, l’avanzata urbanizzazione aveva determinato in quegli anni la necessità di realizzare un nuovo luogo di culto: le celebrazioni estive si svolgevano all’aperto sul terreno dove poi sarebbe sorta la chiesa, mentre durante l’inverno si utilizzavano locali messi a disposizione da privati. Autore del progetto fu l’architetto udinese Aldo Bernardis, che nel decennio successivo avrebbe firmato anche altri edifici-simbolo della località turistica, quali la Terrazza a mare, il Kursaal e il Municipio. Nel 1958 venne posta quindi la prima pietra dell’edificio e successivamente si costruì la cripta, che diventò subito funzionale per i servizi religiosi; terminata nel 1962, ricevette la benedizione dal vescovo di Graz, con il quale don Mario Lucis aveva stipulato una convenzione per farsi assegnare, nella stagione estiva, un sacerdote che officiasse in lingua tedesca. Intorno al 1965, scelta ancor più dirompente e innovativa del risoluto parroco lignanese fu quella di mettere a disposizione la cripta per le celebrazioni liturgiche estive dei turisti di fede protestante.

L’esterno della chiesa, ultimata nel 1971, è caratterizzato dallo slancio accentuato della copertura a capanna, quasi una reminiscenza dei casoni dei pescatori, che enfatizza la tensione verticale conferita all’edificio dall’alta scalinata. Sul lato sinistro il campanile di recente costruzione è costituito da alcune colonne di cemento armato che sostengono le campane.

Approfondimento

Come nella parrocchiale, anche al Cristo Redentore la cripta è utilizzata solo nei mesi invernali e la chiesa superiore nella stagione estiva, per rispondere alle esigenze di un numero di fedeli di gran lunga maggiore. La cripta, ad aula unica, è contraddistinta dalle molte colonne di cemento.

Approfondimento

Nella chiesa superiore, a navata unica con presbiterio rialzato, l’effetto chiaroscurale determinato dal contrasto tra il candore degli intonaci e le capriate in cemento raggiunge esiti di sobria essenzialità. Ai lati dell’altare, dietro al quale si staglia una grande croce di legno senza crocefisso, due nicchie ospitano le statue di Gesù risorto e della Madonna con Bambino. Recente è anche il rilievo raffigurante Gesù risorto tra Maria e l’apostolo Giovanni, inizialmente commissionato per la chiesa di Sabbiadoro e posto infine a Pineta sotto la croce dell’altar maggiore.

Lungo le pareti laterali il tema della Passione è ribadito da un’originale Via Crucis, formata da semplici croci di legno con scolpito in bassorilievo il volto di Gesù ritratto ad ogni stazione con espressioni diverse. Quasi al termine della parete destra, un piccolo altare sostiene un rilievo raffigurante Papa Giovanni XXIII, realizzato dallo scultore latisanese Attilio Zamarian nel 2005.

Riviera e la chiesa dei Santi Ermacora e Fortunato

Nel fervore di iniziative degli anni Cinquanta, quasi contemporaneamente alla spirale di D’Olivo, fu elaborato anche il progetto urbanistico di Lignano Riviera, realizzato all’estremità occidentale della penisola fra il comprensorio di Pineta e il Tagliamento. La predisposizione del progetto fu affidata all’architetto Luigi Piccinato, che concepì un insediamento estensivo, articolato in otto grandi cellule residenziali di struttura asimmetrica, intervallate da viali che disegnano una grande scacchiera, su cui si inseriscono stradine a fondo cieco e percorsi pedonali nel verde. Rispetto alla spirale di Pineta, proposta di una forma che richiama i meccanismi della natura, l’organicismo di Piccinato prende avvio da un’attenta lettura del contesto per disegnare una città per parti formalmente e funzionalmente definite. Sequenze architettoniche più equilibrate e più ampie superfici verdi caratterizzano la zona, che qualificava la propria offerta rivolta a soddisfare una clientela selezionata ed esigente con la presenza di un complesso termale aperto nel 1963, del porticciolo turistico di Marina Uno sul fiume, a 800 metri dalla foce, e del Circolo dei Forestieri (Kursaal), inaugurato nel 1968 con la prospettiva mai realizzata di divenire la sede di un casinò.

La chiesa dei Santi Ermacora e Fortunato

Si tratta di una chiesa estiva, che deriva dalle particolari esigenze di Lignano Riviera ed è stata fortemente voluta dai turisti più che dalla comunità locale. Essa è dedicato ai Santi martiri Ermacora e Fortunato, eponimi del Patriarcato di Aquileia e protettori del Friuli Venezia Giulia.

Inaugurata con la celebrazione della prima santa Messa in occasione della festività pasquale del 2003, la chiesa progettata dall’ingegner Giancarlo Tavano e dall’architetto Adriana Paolini presenta una struttura che ben si inserisce nella circostante pineta, a poca distanza dal mare. A pianta poligonale, per cinque lati le pareti sono costituite da vetrate scorrevoli che all’occorrenza si possono aprire per consentire ai fedeli di assistere alla celebrazione anche dallo spazio verde antistante. All’interno, caratterizzato da una spoglia essenzialità, colpisce in particolare la copertura in legno che simula una grande tenda e si prolunga a formare il portico al di là delle vetrate. L’unico altare è inondato dalla luce che piove da una piramide in vetro, sovrastata dalla croce, posta al culmine della copertura; tre statue (il Cristo Redentore, la Vergine immacolata e Sant’Antonio di Padova) ed un quadro raffigurante i Santi Ermacora e Fortunato, realizzato nel 1998 dal pittore codroipese Pietro Fantini, trovano posto nel presbiterio.

In sacrestia, anch’essa a pianta poligonale, si conserva la pergamena che certifica la posa della prima pietra, benedetta il 19 settembre 2001 alla presenza di mons. Agostino Marchetto e mons. Aniceto Molinaro della Pontificia Università di Roma.

La chiesa di San Zaccaria (Purità di Maria)

La storia di San Zaccaria (Purità di Maria) in Pineda

Unico punto di riferimento religioso per i poveri contadini e pescatori del litorale e della laguna fino al XIX secolo, la chiesetta di San Zaccaria nel borgo di Pineda presenta i caratteri architettonici tipici degli edifici votivi friulani: facciata a capanna con campaniletto a vela, aula rettangolare con travatura a vista e presbiterio più piccolo. L’oratorio fu fatto costruire da Zaccaria Vendramin, procuratore di San Marco a Venezia e giurisdicente della Terra della Tisana, intorno alla metà del XVI secolo con la dedicazione all’omonimo santo protettore. Nel suo testamento datato 1575 Elena Vendramin, figlia di Zaccaria, lo dotava di una “mansioneria”, che stabiliva alcune condizioni per i sacerdoti. Nella divisione dei beni di Elena, avvenuta il 23 febbraio 1605, la “mansioneria” di San Zaccaria fu assegnata all’Ospitale degli Incurabili, istituzione veneziana erede di un terzo dei possedimenti della nobildonna. Il beneficio di Pineda non era tuttavia appetibile, causa l’insalubrità della zona, infestata dalla malaria, e la pessima viabilità: trovare un sacerdote secolare disposto a raggiungere la località si rivelò sin dall’inizio alquanto difficile.

I resoconti delle visite pastorali effettuate per ordine del patriarca di Venezia nel XVII e XVIII secolo attestano che, contravvenendo alle disposizioni della testatrice, i governatori del Pio Ospitale incaricarono spesso i frati Agostiniani di Sant’Antonio di Latisana, quando addirittura i pochi abitanti del luogo non vennero privati delle funzioni religiose per mancanza di un celebrante. Le relazioni registrano inoltre ripetutamente le pessime condizioni di conservazione della chiesa.

Lo stato di abbandono persisteva nel 1818, quando la pieve di Latisana passò all’arcivescovado di Udine. A lamentarsi della mancanza della messa festiva erano all’epoca i finanzieri austriaci della dogana di Porto Lignano - fino al 1866 la zona, come tutto il Friuli centro-occidentale, fece parte del Regno Lombardo Veneto asburgico - che si dichiararono disposti a contribuire al pagamento di un sacerdote; si trovò dunque un cappellano, che denunciava l’assenza del battistero per cui si dovevano portare i neonati a battezzare a Latisana, e ivi allo stesso modo seppellire i morti.

La chiesa di San Zaccaria

Nel 1984 l’edificio è stato restaurato operando il rifacimento della copertura e del pavimento e il consolidamento delle strutture murarie; in tale occasione è stato collocato nella lunetta sopra l’ingresso un bassorilievo in bronzo, realizzato dall’artista locale Gino Afro, raffigurante Zaccaria Vendramin che dona il modellino della chiesa alla Vergine con Bambino. Si è inoltre provveduto a sistemare lo spazio verde che circonda l’oratorio, raggiungibile oggi anche mediante la pista ciclabile che percorre l’argine offrendo una suggestiva vista sulla laguna.

La chiesetta si caratterizza all’interno per la semplicità quasi disadorna degli arredi.

Un altare in legno dipinto conserva la Madonna Vestita con Bambino; ai lati dell’arco del presbiterio, due mensole in legno scuro sostengono le statue di Sant’Antonio a sinistra e Santa Rita a destra. Lungo le pareti della piccola navata sono collocati i quadri in legno della Via crucis, originariamente uniti in un unico pannello.

Approfondimento

Alla fine dell’Ottocento è documentata la presenza in una nicchia della statua di Maria Vergine, mentre l’oratorio è detto del Rosario, forse alludendo alla coroncina sorretta dalla stessa. Si tratta di una Madonna vestita, struttura con le parti scoperte in legno (viso e collo, mani, piedi) mentre il resto del corpo è costituito da un’armatura imbottita, ricoperta da paramenti di seta: appartiene ad una tipologia ampiamente diffusa, in particolare nell’uso processionale, specchio di una committenza popolare che non poteva permettersi materiali più pregiati. Secondo la tradizione il simulacro era giunto entro un truogolo lungo il Tagliamento, insieme ad altre due statue della Vergine approdate rispettivamente a Bevazzana e Pertegada. La statua veniva portata in processione, dando origine all’unica sagra paesana, la terza domenica di ottobre. In tale occasione la Chiesa Veneta, cui la zona era stata sottoposta dipendendo dal patriarca di Venezia, celebrava la solennità della “Purità della Beata Maria Vergine”: da qui la nuova dedicazione della chiesetta, registrata per la prima volta in un censimento degli edifici sacri dell’Arcidiocesi di Udine nel 1931, cambiamento non recepito dalla popolazione locale, che continua tuttora a indicare l’oratorio con il primitivo titolo di San Zaccaria.

La chiesa di Santa Maria già a Bevazzana (oggi Santa Maria del Mare)

Nell’ampia zona verde che separa Sabbiadoro da Pineta è stata ricostruita negli anni 1965-1966 la chiesetta di Santa Maria, traslata dalla vicina località di Bevazzana, dove sorgeva sulla riva sinistra del Tagliamento. L’inconsueto intervento ha permesso di salvare l’edificio che stava per essere spazzato via dalla rovinosa piena del fiume, comportando tuttavia per la comunità di Bevazzana la perdita di un brano considerevole della propria storia. Tuttavia, appare discutibile il criterio del ripristino stilistico seguito per la ricostruzione della chiesetta, finalizzato a recuperare il presunto aspetto medievale delle origini.

Approfondimento

La chiesetta sorgeva sul luogo di un preesistente oratorio, paleocristiano o altomedievale, di cui è stato rinvenuto durante i lavori di smontaggio l’altare in pietra; per secoli essa costituì un punto di riferimento religioso sia per i pochi abitanti della zona che per quanti – pellegrini, mercanti, soldati, fuggiaschi - si servivano del Tagliamento per raggiungere l’entroterra o il mare Adriatico. Secondo la leggenda vi trovò riparo durante lo Scisma d’Occidente anche papa Gregorio XII che forse, nel settembre 1409, in fuga da Cividale inseguito dai nemici, proprio qui si imbarcava per raggiungere i domini in Puglia del suo protettore Ladislao re di Napoli. Negli anni Ottanta del Quattrocento le fu affiancata una comunità di frati Eremitani Agostiniani, introdotti da Zaccaria Vendramin, i quali tuttavia, a causa dell’insalubrità della zona, abbandonarono presto l’insediamento recandosi a celebrare solo saltuariamente; in seguito alle soppressioni napoleoniche dei conventi minori la chiesetta divenne proprietà privata.

Non ci è pervenuto alcun documento attestante con precisione l'anno in cui si iniziò a costruire l'oratorio di Santa Maria di Bevazzana; esso presenta i caratteri tipici di tante chiesette votive erette in Friuli durante tutto il Quattrocento, secondo uno schema - chiesa ad aula rettangolare coperta a capriate, abside quadrata voltata a crociera, campaniletto a vela in facciata, pavimento in cotto - destinato a persistere anche nel secolo successivo. Inoltre, appare poco probabile che la sua edificazione sia dovuta all'insediamento nel luogo degli Eremitani Agostiniani, non solo perché la loro presenza è attestata soltanto dal 1486, anno in cui entrano in conflitto con l'autorità patriarcale, ma in particolare perché nel 1488 viene intimato ai Padri di restaurare ed ampliare la chiesa, che doveva quindi essere stata costruita almeno da alcuni decenni. Di fatto, il fiume cominciò abbastanza presto a minacciarne l'incolumità e se il temuto crollo dell'edificio non avvenne, la pericolosità delle acque era tuttavia destinata ad aggravarsi nel corso dei secoli. Infatti, sappiamo che nel 1743 il Tagliamento rendeva difficoltoso l’accesso all’edificio e dovevano essere effettuate delle opere di sistemazione. In quegli anni, infatti, l’oratorio era oggetto di lavori, atti a realizzare un nuovo campaniletto in facciata, la probabile intonacatura dell’esterno, il pavimento in cotto - alzando il livello della chiesa di quasi trenta centimetri per poterla meglio riparare dalle acque - e l’altare maggiore commissionato allo scultore Giovanni Battista Groppelli. Con queste modifiche essa giunse fino al XX secolo, subendo nel corso del secondo conflitto mondiale il crollo di una parte del tetto e rischiando perennemente di essere spazzata via dalle acque del Tagliamento, che ormai la invadevano ad ogni piena.

Approfondimento

Per trovare adeguata collocazione al pregevole ciclo di affreschi dell’abside, messo a rischio dai crolli murari e dal Tagliamento, furono valutate diverse ipotesi: un edificio sacro di nuova costruzione, il trasferimento in una chiesa della zona già esistente o in un museo. Infine, fu scelta la proposta della Pontificia Opera di Assistenza, che offriva a Lignano un appezzamento di pineta, di proprietà dell’Ente Friulano di Assistenza, sul quale ricostruire la chiesetta. Il trasferimento, condizionato, come si è detto, dal principio del ripristino stilistico, ha comportato alcuni cambiamenti strutturali: l'eliminazione del campanile rettangolare a bifora posto in facciata, la costruzione di una sacrestia a sinistra dell'abside, sormontata da un campaniletto monoforo, l'eliminazione dell'intonaco nei "pezzi" originali trasportati a Lignano - mettendo a nudo il paramento di mattoni e la cornice formata da archetti pensili ogivali che abbelliva l'abside sotto la gronda - nonché la realizzazione di una nuova pavimentazione in cotto seguendo il disegno del pavimento precedente a quello settecentesco, ritrovato durante i lavori di smontaggio.

Ad esclusione della piccola sacrestia, la chiesetta è stata ricostruita con pianta identica al passato: un'aula rettangolare e un'abside quadrata più piccola, coperta da una volta a crociera segnata da robusti costoloni saldamente appoggiati agli scarni capitelli angolari. Anche le aperture sono state riprodotte fedelmente: la porta maggiore sovrastata da un "occhio" e due finestrelle rettangolari in facciata, una porta laterale sul fianco destro della chiesa, una finestrella dall'arco a centro ribassato sulla parete destra dell'abside, mentre sulla parete sinistra si apre ora la porta di accesso alla sacrestia. All'interno, la navata è stata soffittata con un nuovo tetto a vista di legno, risolto a capriate all'italiana, e listato da coprigiunti decorati, che ha sostituito le travature ormai fatiscenti della chiesetta bevazzanese.

Approfondimento

Per quanto riguarda le altre opere pittoriche dell'oratorio, nel 1946 l'allora proprietario della chiesetta Federico Bertoli affermava che "vi erano anche affreschi nelle pareti della Chiesa, pareti che sono state imbiancate durante le invasioni delle guerre 1918 e 1944". Purtroppo, durante le operazioni che portarono al trasferimento dell'oratorio a Lignano, i restauratori, che lavoravano in condizioni quanto mai precarie, concentrarono gli sforzi sul salvataggio del ciclo absidale. Della navata perciò, sono state recuperate soltanto una piccola porzione dell'intonaco a sinistra della porta laterale, contenente iscrizioni di pellegrini e visitatori, ed una fascia orizzontale nella parte alta di entrambe le pareti, riportante delle croci rosse inscritte in un cerchio, segno della consacrazione della chiesa: ne sono visibili quattro sulla parete a settentrione ed una traccia nella parete meridionale, verso ponente.

Gli affreschi

Nell’abside, costruita utilizzando la muratura originaria sezionata in blocchi, sono stati ricollocati gli affreschi absidali, preventivamente staccati e posti su pannelli: episodio considerevole della pittura quattrocentesca della regione, né firmati o documentati, vengono datati dalla critica intorno al settimo decennio del XV secolo; l’anonimo frescante, il cosiddetto “Maestro di Bevazzana”, fu attivo pochi anni dopo anche a San Daniele del Friuli.

Nelle vele sono raffigurati il Cristo benedicente nella mandorla, l’Incoronazione della Vergine, L’Imperatore Augusto e la Sibilla Tiburtina e la Madonna ed Eva, mentre nei peducci compaiono entro tondi i simboli degli Evangelisti e quattro angeli che sorreggono i simboli della Passione; la lunetta della parete di fondo è occupata dalla scena della Deposizione di Cristo nel sepolcro e quella della parete destra da tre personaggi, Gedeone che riceve l’annuncio da un angelo, re David e una figura femminile (forse un’antenata di Gesù o un’eroina biblica).

 

La committenza dell’opera pittorica spetta con, ogni probabilità, a Bartolomeo Vendramin, bandito da Venezia per un omicidio e costretto a stabilirsi definitivamente nella cosiddetta “Terra della Tisana”, la cui giurisdizione era stata acquistata dalla famiglia nel 1457. Al nobile veneziano, il cui stemma compare nella lunetta di fondo, si potrebbe riferire anche la scelta di precisi modelli iconografici presenti nella città lagunare, riprodotti con minime variazioni dallo sconosciuto artista. E’ il caso ad esempio del rilievo della Deposizione di Cristo nella chiesa di San Pantalon a Venezia, prototipo scultoreo ripreso quasi alla lettera nella lunetta della parete di fondo, e ancora della stampa che raffigura L’Imperatore Augusto e la Sibilla Tiburtina, opera dell’incisore tedesco Meister E.S. datata intorno al 1450, ampiamente citata nella vela di identico soggetto (l’utilizzo di un’opera grafica nordica come modello non rappresenta nella pittura italiana del XV e XVI secolo un esempio isolato, e va inoltre tenuto presente che Venezia, dove affluivano e si potevano reperire stampe in gran quantità, costituiva all’epoca un vero punto di diffusione della grafica tedesca).

Densa di simbologie è in particolare la vela raffigurante la Madonna ed Eva: a destra la progenitrice coglie la mela offerta dal serpente, attorcigliato all’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, porgendo un teschio ad un gruppo di personaggi raffigurati in atto di disperazione, mentre a sinistra la Vergine con in braccio il Bambino (frut in friulano…) offre il frutto della redenzione a un gruppo di figure, tra cui un papa (e un personaggio inginocchiato ritratto di spalle, forse il committente Vendramin pentito del crimine commesso), mentre il serpente scende sconfitto dall’Albero della Vita, tra i rami del quale si intravvede un Cristo crocifisso.

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Gli affreschi di Bevazzana, nel loro complesso, costituiscono un inno di lode alla figura mariana, mediante un vero e proprio "percorso": dalle prefigurazioni della maternità verginale di Maria e della venuta di Cristo (Gedeone, Re David, un'antenata di Gesù oppure un'eroina biblica), al vaticinio capitolino con cui la Sibilla profetizza ad Augusto la fine del mondo pagano, al ruolo della Madonna-nuova Eva destinata ad espiare la colpa trasmessa all'umanità dalla prima Eva mediante il sacrificio del Figlio (evocato dai simboli della Passione e già compiuto nella scena della Deposizione), alla glorificazione della Madre, assunta in cielo ed incoronata, e del Figlio, benedicente nella mandorla, come attestano ai fedeli le Sacre Scritture (simboli degli Evangelisti).

Il ciclo pittorico però, oltre ad attestare l'enorme diffusione del culto della Vergine nel Quattrocento, sottolinea anche un concetto teologico fondamentale per la dottrina cattolica, il ruolo ineliminabile svolto dalla Chiesa nella salvazione: infatti, è ai rappresentanti del clero, primo fra tutti il pontefice, e non direttamente agli uomini, che la Vergine offre il frutto della grazia affinché venga da essi dispensato tra i fedeli. Vengono dunque ribaditi con forza due dogmi del cattolicesimo, la funzione della Chiesa nel rapporto tra Dio e l'uomo, e la superiorità del pontefice che, già intaccati durante il tardo medioevo da movimenti ereticali e scismi conciliari, solo pochi decenni dopo la realizzazione di questi affreschi sarebbero stati sconfessati dalla Riforma luterana.

Il programma iconografico degli affreschi di Bevazzana sembra pertanto ispirato da una personalità, forse uno dei tanti predicatori presenti in quegli anni a Venezia, affine a quel clima di pre-riforma che nel corso del Quattrocento fornì impulso alla cultura religiosa mediante la fondazione di nuove istituzioni ed il rinnovamento profondo degli ordini esistenti, per costituire nel secolo successivo la Riforma cattolica propriamente detta.
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Il ciclo di affreschi di Bevazzana è un’opera che dal punto di vista stilistico appare ancora sostanzialmente legata alla cultura tardogotica, ma non del tutto estranea a mediate istanze rinascimentali. Al loro autore, il cosiddetto “Maestro di Bevazzana”, è inoltre attribuito un affresco raffigurante una Madonna con Bambino e due Angeli oranti databile intorno al 1472, staccato da un edificio privato di San Daniele del Friuli e conservato nel locale Museo del Territorio. Da ultimo, è stato individuato in via ipotetica un punto di contatto tra questo gruppo di pitture e l’arte del “Maestro degli Arcoloniani”, dal nome della cappella nel duomo udinese in cui questi risulta operante, insieme ad Andrea Bellunello, negli anni Ottanta del Quattrocento. La proposta di identificazione non appare del tutto convincente per i differenti esiti dei due cicli pittorici; tuttavia, a riprova di un’attività in regione tutt’altro che episodica, echi delle invenzioni dell’ignoto artista attivo a Bevazzana si colgono in alcuni cicli decorativi friulani del nono decennio, in particolare negli affreschi di Santa Cecilia a Rivolto, riferiti ad Antonio da Firenze, e in quelli condotti nel coro della chiesa di Reana del Rojale dall’udinese Giovanni Pietro Ianzilino.

Le sinopie

Sulle pareti della navata, costruita ex novo, sono state collocate le sinopie (disegni preparatori) degli affreschi, recuperate durante i lavori che portarono alla traslazione dell’oratorio; il confronto con i dipinti consente di individuare alcuni interessanti “pentimenti” in corso d’opera (nel comparto verso l’arco trionfale il soggetto è stato completamente modificato, preferendo ad un probabile Cristo giudice le figure di Augusto e della Sibilla, ma cambiamenti si possono riscontrare in tutte le vele, come il Padre Eterno tra il Figlio e la Vergine nella scena dell’Incoronazione, sostituito nella stesura definitiva dai cieli dell’Empireo).

Le sculture

La chiesa conserva anche alcune opere di scultura, le cui vicende si intrecciano con quelle accadute all’oratorio nei secoli. A fianco della porta principale si trova un’acquasantiera di Giovanni Antonio Pilacorte, scultore comasco la cui bottega spilimberghese disseminò le sue opere in tutto il Friuli, firmata e datata 1496: recava infatti sul bordo della coppa l’iscrizione bonis dei max auspiciis + 1496 manus io antonii pilachorti spilib., ora visibile solo parzialmente, e tutt’intorno il motto battesimale asperges me domine ysopo et mundabor. Appartiene al Pilacorte anche il bassorilievo raffigurante la Madonna con Bambino, inizialmente collocato in facciata e da qualche anno trasferito all’interno, sopra l’altare di destra. In esso la figura di Maria in atto di allattare il Bambino è conclusa inferiormente dal bacile di un’acquasantiera recante il saluto alla Vergine ave maris stella dei (soluzione analoga a quella adottata dall’artista per i Santi Pietro e Paolo nel portale dell’omonima chiesa di Sedegliano), mentre nella parte sottostante una mensola triangolare sostenuta da un angelo reca inciso il monogramma cristiano e l’anno 1498. Le due opere, pur di modesta fattura, si situano dunque in un decennio di operosa attività per lo scultore comasco, all’epoca ormai decisamente ambientato e inserito nella sua terra d’adozione.

Nella sacrestia è inoltre possibile vedere l’altare settecentesco realizzato nel 1741-1742 da Giovanni Battista Groppelli, scultore attivo in molte località lungo il corso del Tagliamento; l’altare è affiancato dalle statue di Sant’Agostino e Santa Monica, scelti con ogni probabilità in quanto loro patroni dai confratelli della Scuola della Consolazione, molto attivi nel Settecento nell’affiancare l’opera dei Padri Agostiniani del convento latisanese di Sant’Antonio Abate da cui dipendeva l’insediamento, ormai all’epoca abbandonato, di Bevazzana. Rimosso dalla sua collocazione originaria e relegato nella sacrestia all’epoca del trasferimento della chiesetta a Lignano, in quanto aggiunta successiva che impediva di cogliere il presunto aspetto delle origini, l’altare è stato sostituito da un’opera contemporanea in marmo e ferro battuto di Carlo Sbisà: l’artista triestino, in verità maggiormente apprezzato per la sua produzione pittorica rispetto a quella scultorea, scomparve nel dicembre 1964, senza poter vedere l’altar maggiore e i due altaroli laterali nella loro definitiva collocazione a Lignano.

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Il pericolo di furti e vandalismi ha fatto portare in luogo più sicuro, sottraendola tuttavia nel contempo alla fruizione dei visitatori e alle accorate preghiere dei devoti, una Madonna con bambino in legno dipinto di pregevole fattura artistica, databile tra la fine del XIV secolo e gli inizi del successivo. Giunta secondo la leggenda entro un truogolo lungo il Tagliamento, insieme ad altre due statue della Madonna approdate rispettivamente a Pineda e Pertegada, dando così occasione agli abitanti della zona di erigere altrettante chiese, dotata un tempo di vesti di vari colori documentate dagli inventari, oggetto di numerose processioni che le facevano visita dai paesi vicini, rivestiva un enorme valore devozionale per gli abitanti di Bevazzana. Le loro suppliche non hanno impedito che nella traslazione dell’edificio sacro la piccola statua ne seguisse le sorti, trovando spazio in una nicchia di vetro realizzata appositamente per contenerla nell’altare contemporaneo, dove oggi è stata sostituita da una copia.