Le chiese di Lestans

Le chiese di Lestans

Le chiese di Lestans

La storia di Lestans

Nell’area pedemontana della Destra Tagliamento, ricca di affioramenti archeologici e tracce materiali risalenti al neolitico e all’età del Bronzo, l’insediamento di Lestans è documentato in età romana tra il I e il IV secolo d.C. in prossimità del percorso, descritto nel famoso passo di Venanzio Fortunato (Vita Sancti Martini, della metà del VI secolo), che collegava Osoppo e l’alta pianura friulana ai fertili territori veneti sviluppandosi lungo la linea dei fortilizi sulle prime pendici dei rilievi. Tale direttrice – già esistente in epoca protostorica e definita anche via “dell’Ambra” o “Etrusca” per la millenaria frequentazione di popoli, in particolare Etruschi e Veneti, per il commercio di minerali con i territori d’oltralpe – da Ceneda (Vittorio Veneto) si portava a Zuglio e al passo di Monte Croce Carnico (Iulia Alpes) ed aveva in Ragogna il terminale della pedemontana pordenonese. In quest’area il percorso correva dunque sottomonte toccando gli attuali paesi dell’arco pedemontano (Polcenigo, Budoia, Aviano, Montereale e Maniago) fino ai guadi del Meduna per congiungersi, nei pressi di Valeriano, con la via risalente da Concordia lungo la sponda destra del Tagliamento superando il fiume tra Ragogna e Pinzano. Oltre agli assi principali, i ritrovamenti hanno segnalato altre diramazioni della Pedemontana documentate nella piana di Lestans da un tracciato che doveva portare ad un guado sul Cosa e quindi a Valeriano.

La presenza romana nel territorio di Lestans è confermata dal nome, toponimo prediale da LASTUS oppure ESTIUS (fondo di Estio e quindi estianus).

Notevoli le scoperte archeologiche che hanno messo in luce realtà abitative di discrete dimensioni, con reperti d’epoca romana e poi carolingia (VIII-IX secolo d.C.).

Borgo fortificato nel medioevo, a poca distanza dal torrente Cosa sulle cui sponde già nel 1345 esisteva il mulino detto della “Gilda” fondamentale per la vita e lo sviluppo del paese, la villa di Lestans era protetta dalla centa (il cui perimetro è ancora identificabile nei settori nord ed est) sul pendio ove sorgeva il primitivo oratorio; lo stesso campanile, leggermente avanzato rispetto al tempio ed estraneo a questo, può aver costituito una torre difensiva, trasformata poi nel corso del XVIII secolo.

Per lungo tempo soggetta ai signori di Castelnuovo, ministeriali del patriarca di Aquileia, insieme alle ville di Usago, Travesio e Castelnuovo, Lestans seguì le sorti del feudo: nel 1338 ne fu investito il conte di Gorizia e nel 1508, durante la guerra tra Venezia e gli Asburgo, Antonio Savorgnan. Nel 1515 avvenne il passaggio definitivo a Girolamo Savorgnan (mantenutosi fedele a Venezia) per i meriti ottenuti nella difesa del forte di Osoppo, venendo quindi a far parte del feudo di Belgrado, Castelnuovo ed Osoppo, su cui la famiglia Savorgnan dal 1532 aveva la giurisdizione civile e criminale, nonché il giuspatronato (la facoltà di presentare il parroco) sulle pievi di Travesio e appunto di Lestans. Testimonianza della potente famiglia è la villa Savorgnan – residenza estiva, ma anche sede della amministrazione della contea – più volte ricostruita e sistemata nelle forme attuali agli inizi del Settecento (1727).

La chiesa di Santa Maria Maggiore

La storia della chiesa

In origine piccolo oratorio posto all’interno del borgo fortificato, come rivelano alcune antiche strutture murarie. Santa Maria di Lestans è menzionata come plebem de Lestans de Soccole, nella bolla di papa Urbano III (1186) che conferma al vescovo Gionata di Concordia i possessi temporali e spirituali, con ciò attestando l’esistenza di una chiesa con sacro fonte e la presenza stabile di un sacerdote. Forse precedente è l’assunzione del titolo di Santa Maria Assunta, culto già affermato da Eusebio di Cesarea nel IV secolo, e incentrato sul giorno della Dormitio della Vergine, intitolazione che trova riscontro nella zona a Montereale Valcellina (l’antica Calaresio).

Filiazione di San Pietro di Travesio, pieve di tutta la zona collinare tra Tagliamento e Meduna, Lestans continuò i rapporti di dipendenza dalla matrice per molti secoli: nel 1512, insieme alle sue filiali di Castelnuovo e Vacile e alle chiese di Sequals, Toppo e Tauriano risultava ancora unita a Travesio. Fino al 1846 rimase in vita l’antica consuetudine secondo la quale il parroco di Travesio percepiva metà del quartese dalle chiese di Vacile e Lestans che partecipavano alla benedizione del cero pasquale e ricevevano dal pievano gli oli santi.

Citata nel 1380 in un legato del Catapan della parrocchia, nel corso del XV e XVI secolo, Santa Maria acquisì l’aspetto di edificio gotico a navata unica, con abside quadrata coperta da volta a crociera leggermente acuta, suddivisa da costoloni in quattro lunette, secondo il tradizionale modello delle chiese friulane del periodo. A tali trasformazioni fanno riferimento le iscrizioni su uno degli stipiti decorati a motivi vegetali dell’ingresso laterale destro (1505 / ADI 3 / LVIO) e su quello sinistro del portale maggiore (1520 ADI / 28 MARCI), sopra il quale corre inoltre la scritta: AVE MARIA GRACIA PLENA DomiNuS TECVm, con il monogramma cristologico. I lavori si conclusero infine nell’abside, compromessa in seguito al sisma del 1511, come attesta l’epigrafe: LAVS DEO SEMPER / 1532, inframezzata dal cristogramma.

Alla fine del XVI secolo, siccome risulta dalla visita pastorale del vescovo Cesare De Nores (1584), sono presenti tre altari: il maggiore dedicato alla Vergine e i due laterali di Sant’Antonio e dello Spirito Santo, successivamente indicato come altare di San Michele Arcangelo o dell’Annunciazione.

L’aumento della popolazione (da 135 anime nel 1584 a 657 nel 1695) contribuì a determinare l’ampliamento dell’invaso. Numerose furono le trasformazioni interne tra il XVII e XVIII secolo.

Nel corso del Settecento (1764) il vescovo Alvise Gabrieli registrava quattro altari laterali marmorei, ridotti poi agli attuali dopo i lavori ottocenteschi.

Nel 1719 va segnalato il riatto del campanile, ora torre campanaria simbolo della comunità.

L'interno e il campanile

L’interno del tempio, a tre navate, la centrale più ampia, scandita colonne e archi a tutto sesto, è frutto del rifacimento avvenuto tra 1810-1825. Grazie al contributo dei parrocchiani vengono costruite le navate laterali ad opera del capomastro Francesco Sabbadini, di Mattia Missana (1813-1814), di Osvaldo Maziol di Sequals “mistro terazer” (il pavimento in seminato fu completato nel 1815, come si legge nell’iscrizione all’ingresso) e dell’impresa Cian (Mattia, Nicolò e Tommaso) per il coperto (1824). Viene inoltre demolita la piramide del campanile (lesionata nel terremoto del 1776) e rifatto il “feralle” (la cella campanaria). Le campane, fuse una prima volta nella seconda metà dell’Ottocento, vennero asportate dagli austriaci, quindi rifuse nel dopoguerra (1921) dalla ditta Broili di Udine e decorate con le immagini del Crocifisso, della Madonna del Rosario, di santa Cecilia, di sant’Antonio di Padova e di San Giuseppe. Dopo gli ultimi restauri il campanile è stato inaugurato il 29 ottobre 1978.

Un disastro immane quello del sisma del 6 maggio 1976, aggravato dalle già precarie condizioni dell’edificio, che subì il crollo del tetto della navata destra e inflisse danni enormi agli affreschi e all’altare maggiore. I lavori di restauro hanno contemplato la demolizione/ristrutturazione della navata destra con la messa in luce della sacrestia e dell’antico cimitero e il risarcimento delle opere d’arte. Riaperta al culto, la chiesa è stata inaugurata il 16 agosto 1981 dal vescovo di Concordia, mons. Abramo Freschi.

L'altare maggiore

Complessa la struttura barocca dell’altare maggiore, eseguito tra 1755 e 1758 dai gemonesi Sebastiano e Giacomo Peschiutta.

L’imponente manufatto di candido marmo si inserisce nel fondale costituito dagli affreschi dell’Amalteo, cui fa da contrappunto scultoreo con alternanza di volumi sporgenti e di concavità.

La parte plastica è affidata al bassorilievo dell’espositorio con l’Assunzione della Vergine, al ciborio contraffortato da angioletti e al paliotto, che vede una coppia angelica reggere un drappeggio racchiudente il simbolo mariano.

Sui piedistalli, i due angeli turificanti, ora privi del turibolo, recano sulle nubi la sigla A. C., riferibile allo scultore trevigiano Andrea Comin. Acquistate a Venezia forse nel 1811, le due statue furono sistemate da Francesco Sabbadini.

Gli altari laterali

L’altare laterale in cornu Evangelii (alla sinistra dell’altare maggiore) ospita la statua lignea (della fine del XIX secolo) di Sant’Antonio di Padova. L’alzata è costituita da colonne e paraste terminanti con capitelli corinzi e coronate da frontone ad ali spezzate. Il manufatto sostituisce quello commissionato nel 1758 al tagliapietra Silvestro Comici (Comiz) e saldato nel 1796 agli eredi. Ritenuto inservibile, fu venduto nel 1801. L’altare di Comiz a sua volta aveva rimpiazzato l’ancora lignea eseguita da Vincenzo Onesti nel 1602, perduta assieme alla contemporanea pala di Sant’Antonio abate di Andrea Michieli detto il Vicentino.

Simile, ma di struttura più lineare, l’altare della Vergine del Rosario, sede della confraternita omonima istituita nel 1728, al quale intervenne nel 1810 l’altarista Silvestro Comiz jr. Degno di nota il dossale, impreziosito da testine angeliche sulle lesene laterali e da specchiature mistilinee, con l’immagine della Madonna in tasselli marmorei.

Gli affreschi di Pomponio Amalteo

Il reperimento di un rogito notarile del 4 aprile 1535 e la serie dei pagamenti per la pittura di cuba e gonfalone tra 1535 e 1551 chiamano in causa Pomponio Amalteo. Tali elementi documentari, mentre assicurano la sostanziale paternità del pictor Sancti Viti, rendono conto dei vari momenti dell’impresa pittorica avvenuta in epoche distinte: il 1535 e il 1541 e forse il 1546 data che apre una seconda serie di pagamenti prolungati sino al 1551.

Nato nel 1505 a Motta di Livenza in una famiglia di letterati, Pomponio Amalteo è una delle più interessanti personalità pittoriche del Friuli nel XVI secolo, anche se la lettura critica della sua figura per molto tempo è stata schiacciata da quella del suo maestro e suocero Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto il Pordenone, rivestendo il ruolo di suo modesto imitatore, in grado solamente di replicarne le formule stilistiche, attraverso una cifra qualitativa piuttosto debole. Certo, le sue prerogative erano senz’altro inferiori a quelle del maestro, nondimeno è giusto notare, come ha fatto la storiografia più avveduta, che la stretta osservanza dei modi del grande artista non deve essere considerata come un rimedio alla propria incapacità espressiva, piuttosto è la consapevole adesione alle regole interne di molte botteghe rinascimentali, che prevedevano proprio la continuazione degli insegnamenti del caposcuola.

L’opera di Pomponio è testimoniata dai tanti dipinti diffusi tra le chiese friulane (Valvasone, San Martino al Tagliamento, Casarsa della Delizia, Zoppola), ma in particolare a San Vito al Tagliamento, cittadina dove il pittore risiedeva e in cui venne a morte nel 1588, ha lasciato alcune delle sue realizzazioni maggiormente degne di nota (ancora presenti nel duomo e in Santa Maria delle Grazie a Prodolone), che godevano, tra l’altro, della particolare stima del patriarca di Aquileia Marino Grimani, su cui spiccano proprio gli affreschi per la chiesa dei Battuti.

Disposti negli spicchi della volta e lungo le pareti separate da fasce architettoniche, gli affreschi illustrano il tema della Redenzione vaticinata, annunziata ed interpretata da Sibille, Profeti, Evangelisti e Dottori della Chiesa nelle vele della volta che si concludono con l’Incoronazione della Vergine.

Il partito decorativo delle pareti si snoda in senso orario e in scene sovrapposte dalla grande figura di David, re e profeta (sulla parete sinistra, in basso), seguendo un ideale percorso introdotto dagli ovati delle lunette: Creazione di Eva, Cacciata dal Paradiso Terrestre e Uccisione di Abele. Fanno seguito, sulla parete sinistra, le storie della Vergine, con l’Annuncio dell’Angelo a Gioacchino, la Nascita della Vergine, e sul coro la Presentazione di Maria al tempio e lo Sposalizio.

Procedono lungo la parete destra, interrotte da una finestra dagli sguinci dipinti, compaiono la Natività e Cristo consola le sorelle di Lazzaro, mentre nei registri inferiori hanno luogo da sinistra, il grande riquadro con l’Ultima Cena, la Preghiera nell’orto del Getsemani, l’Ecce Homo, la Deposizione nel Sepolcro e la Resurrezione.

Sui piedritti dell’arcone presbiteriale ricorrono i Santi Giovanni Battista e Rocco, nel sottarco una teoria di otto sante (Lucia, Agnese, Barbara, Agata, Dorotea, Orsola, Apollonia e Caterina di Alessandria) e nello sguincio della finestra gotica i Santi Lorenzo e Sebastiano.

Il programma decorativo, articolato secondo un modello iconografico consolidato, si nutre di vivaci notazioni della vita quotidiana, come il gesto della domestica ritratta accanto al letto o la figura del bimbo che nello Sposalizio della Vergine si distrae dal cerimoniale guardando stupito verso lo spettatore.

La decorazione è inoltre arricchita lungo i profili dei costoloni e delle lunette da un ricco apparato di grottesche, putti, sfingi alate, racemi vegetali, trofei che Amalteo riprende da Giovanni da Udine, attivo negli stessi anni a Spilimbergo.

Numerosi anche i motivi tratti da opere del Pordenone, come le figure della volta con profeti, evangelisti e padri della Chiesa mediate da quelle della cupola di Santa Maria di Campagna a Piacenza, la Resurrezione e la Deposizione, variante quest’ultima del soggetto di Cremona. Più libero dai modi del maestro il riquadro con l’Ultima Cena, sormontata da un fregio con putti e festoni e da trabeazione architettonica, composizione riproposta dal pittore con maggiore complessità di personaggi nella tela dei Civici Musei di Udine.

A seguito del cedimento della volta causato dal sisma del 1976 gli affreschi sono stati sottoposti ad una complessa azione di restauro che ha messo in luce un degrado antico dovuto all’umidità, ma anche alla tecnica adottata dal pittore per ritardare l’essicamento, tanto che agli inizi del Settecento (1705) il grave stato d’incuria rendeva necessario un intervento di ridipintura, affidato al pittore di Lestans Valentino Belgrado, come recita una piccola tabella (VBI IMAGINVm RVINA PATEBAT). Il lavoro non riuscì tuttavia ad impedire la rovina di parte della scena con Cristo nell’Orto degli ulivi e il danneggiamento di varie figure, come ricordato dal grande storico dell’arte Giovanni Battista Cavalcaselle che vide gli affreschi nel 1876. Un secolo dopo furono fissate delle graffe metalliche alla pellicola affrescata sollevata o staccata, ciò che ha contribuito alla tenta degli strati durante la scossa sismica del settembre 1976.

Il fonte battesimale

Il cinquecentesco fonte battesimale in pietra presenta una copertura lignea, le cui specchiature furono decorate dal pittore di Lestans Valentino Belgrado (che nel 1795 aveva restaurato gli affreschi di Amalteo), che sul retro le ha firmate e datate (170III/ LI 24 OTTOB/ RE FATTO FARE/ DA ME/ VALENTINO BELGRADO) e recano le immagini del Battesimo di Cristo, dei Santi Antonio di Padova, Valentino, Pietro e Francesco. Si tratta di graziosi e vivaci quadretti miniaturistici inseriti entro cornici arabescate. Anche se non eccelse, le qualità pittoriche si fanno apprezzare per vivaci accostamenti di colore e vaporosità settecentesche. La parte dell’intaglio spetta a Giorgio Riegher, responsabile anche della cattedra del parroco (1699), decorata a fitto intaglio di motivi vegetali e da girali.

Le opere del Novecento

Per il Novecento si ricordano gli interventi di Luigi Bertoli di San Daniele (baldacchino processionale della Madonna di Lourdes in legno dorato), del carnico Giovanni Moro (Sacro Cuore, 1913), dello scultore Italo Costantini (Cena in Emmaus, 1975) e di Antonio Boatto (Via Crucis, 1988).

L’oratorio di San Canciano al cimitero

Posto nell’area cimiteriale di Lestans, in una zona ricca di affioramenti romani, l’oratorio di San Canciano attesta nel titolo il culto di matrice aquileiese dei santi Canziani ossia i fratelli Canzio, Canziano e Canzianilla, martirizzati nel 304 ad aquas Gradatas (l’odierna San Canzian d’Isonzo) in seguito all’editto dell’imperatore Diocleziano.

Indice della fortuna di san Canciano, invocato anche come protettore dei raccolti, è la presenza di edifici e di altari in suo onore, di reliquie e festività.

Di origine almeno altomedievale, a motivo dell’antichità del titolo, il primitivo tempietto è ricordato per la prima volta nel 1300 ed in seguito, come chiesa campestre, nella visita pastorale del 1593.

L’attuale chiesetta, ricostruita nel corso del XVII secolo sulle rovine della precedente, consta di una semplice aula rettangolare con copertura a capriate, un piccolo portico sostenuto da quattro colonnette con tetto a capanna frontone in cemento, facciata liscia a semplice porta inquadrata (del XVIII secolo). Numerosi i rimaneggiamenti settecenteschi, con l’aggiunta del presbiterio quadrato ad angoli smussati ed emergente dal corpo centrale e vari gli interventi nella prima metà dell’Ottocento.

Nel 1847 nell’area circostante fu trasferito il cimitero.

Il terremoto del 1976 ha distrutto l’altare ligneo, opera dell’intagliatore-indoratore Gasparo Cordobense (compensato tra il 1652 e il 1655). La parte lignea si deve ad Osvaldo Gortanutti autore del paliotto (menzionato in vari pagamenti nel 1678), di cui oggi rimane un frammento, che raffigura un giovane e baldanzoso San Canciano, la testa volta di lato, uno spadone sulla sinistra e la palma sulla destra.

Prima del terremoto del 1976 nell’ampio specchio centrale dell’altare ligneo era inserita la pala (oggi in canonica) del pittore udinese Andrea Zara (1849) raffigurante la Madonna col Bambino e san Canciano ritratto di profilo e della stessa altezza della Vergine, segno della grande considerazione della comunità per il patrono.

Sulla parete sinistra del coro sono state poste le Stazioni della Via Crucis in terracotta, provenienti dalla parrocchiale, opera dello scultore di Assisi Italo Costantini (1975). Le formelle, suddivise in due parti, oltre alle vicende della Passione di Cristo recano scolpiti i drammi sofferti dalla popolazione di Lestans lungo i secoli, quali la sottomissione dei contadini ai signori feudali, il lavoro dei campi, l’emigrazione e l’inquinamento del vicino cementificio.