La pieve di Sant'Andrea a Pozzuolo

Pozzuolo

La pieve di Sant'Andrea a Pozzuolo

Il toponimo Pozzuolo

Il nome di Pozzuolo appare per la prima volta nella forma di Potiolis nella Cosmografia dell’Anonimo Ravennate, risalente al VII secolo d.C. Compare in seguito nel 921, allorché Berengario, re d’Italia, donò al patriarca d’Aquileia Federico il castello di Pozzuolo (castellum quod dicitur Puzolium), donazione confermata dall’imperatore Ottone II al patriarca Rodoaldo nella dieta di Verona l’11 giugno del 983. Il castello fu poi assegnato in feudo dal patriarca a Guglielmo dei margravi di Saan nella Stiria inferiore, poi a suo figlio Pellegrino.

I signori feudali di Pozzuolo sono ricordati fino al 1340. Nel 1421 il castello fu demolito per ordine del comune di Udine, a cui tale fortificazione dava fastidio.

Le origini della chiesa

Quando sia sorta qui la prima chiesa non è possibile dire con esattezza, per l‘assenza quasi assoluta di documenti in proposito, prima dell’epoca romanica (XII-XIII secolo). Durante scavi occasionali nell’ultima ristrutturazione della chiesa (1987-1990), sotto l’attuale pavimento ne furono scoperti altri tre sovrapposti ed altri numerosi strati di epoche diverse. Uno studio sommario dei reperti ci riporta indietro di 1500 anni circa.

Tenendo presente che nel 356 d.C. l’imperatore romano Costanzo fece trasportare i resti mortali dell’apostolo Andrea nella nuova capitale Costantinopoli e che il re goto Teodorico (454-526) favorì la devozione verso l’Apostolo anche nel territorio d’Aquileia, non si va tanto lontano dal vero situando al periodo compreso tra il V e il VI secolo l’erezione della prima chiesa a Pozzuolo. Esso era decentrato rispetto all’abitato, forse per sconsacrare qualche luogo di culto pagano, l’edificio probabilmente andò distrutto nelle scorrerie ungaresche del secolo X.

La seconda chiesa dovrebbe essere quella eretta in epoca romanica, ricordata nel testamento del 31 marzo 1332 del pievano Rinaldo della Torre, che lasciò dei beni perché ne vengano ampliate le finestre e reso più luminoso l’interno.

Demolito anche quell’edificio, nella seconda metà del XV secolo ne fu costruito uno nuovo, vasto e ben ornato, del quale ci rimane la chiave di volta del soffitto del presbiterio: un tondo di pietra con iscritta una stella a sei punte, che si vede murato all’esterno della chiesa attuale, nella parete nord dell’atrio. Questa chiesa cessò di esistere quando, il 26 febbraio 1620, l’antico campanile le rovinò addosso distruggendola.

La costruzione di quella che possiamo chiamare la quarta chiesa cominciò nel 1620 e fu portata a termine otto anni dopo, per essere consacrata dal patriarca d’Aquileia Marco Gradenigo nel maggio 1648. Era un edificio a tre navate e cinque altari. Nel 1710 fu ampliato il presbiterio, ornato con stucchi e affreschi di Martino Fischer. Questa chiesa, costruita in fretta e su terreno malsicuro, ,ostrò ben presto segni di fatiscenza: nel 1852 era talmente pericolante che un’ordinanza comunale la chiuse al culto.

Fu giocoforza pensare allora ad una nuova chiesa: la quinta. Bisognò tuttavia aspettare due anni per mettervi mano. Si stava infatti costruendo la nuova canonica destinata a sostituire quella del 1696. Intanto si discusse sui progetti. Fu scartata l’idea di costruire la nuova chiesa in quella che oggi è piazza Julia: troppo distante dal campanile e dalla canonica e le spese sarebbero state maggiori. Poi fu affidata la progettazione all’architetto udinese Andrea Scala (1820-1892).

Andrea Scala (Udine 1820 - 1892) fu allievo di Pietro Selvatico, dal quale derivò la poetica romantica, specializzandosi sia nella progettazione e costruzione di edifici privati (la villa Giacomelli di Pradamano, ad esempio) e teatri (i documenti ne ricordano a decine, a Bastia, Il Cairo, Catania, Conegliano, Firenze, Gorizia, Milano, Trieste, Udine, Venezia etc.), che nell’architettura di giardini (sul quale argomento scrisse un interessante trattato).

Deve la sua fama anche alla ricostruzione della Loggia del Lionello di Udine, distrutta da un rovinoso incendio nel 1876.

Ottenne notevoli riconoscimenti soprattutto la sua opera sacra: la prime chiese da lui progettate, quelle di Fauglis (1851-1854) e Pozzuolo del Friuli (1853) riprendono i modelli lombardi del Quattrocento e le grandi arcature bramantesche, nelle opere seguenti (parrocchiale di Rizzolo, 1855, e duomo di Mortegliano, 1864), si esprime invece in termini neogotici.

Come mostrano i progetti per la chiesa di Pozzuolo, datati 1853, Scala aveva previsto un edificio a croce greca con due ampie cappelle nei bracci laterali, affiancate da due spazi semicircolari, ad abside con semicupola a catino. Poi, in corso di costruzione, ci furono numerose modifiche. Ad esempio, non fu costruita la complessa facciata, di cui resta il disegno, per salvare gli stucchi e gli affreschi settecenteschi del vecchio presbiterio, che quindi fece da atrio alla nuova costruzione.

I lavori edili durarono quaranta anno. Quando si giunse al tetto, si demolì la vecchia chiesa che era rimasta dentro la nuova. I materiali della demolizione furono venduti al Comune, che se ne servì nella costruzione delle vecchie scuole elementari di piazza Julia.

L’8 ottobre 1892 il nuovo edificio fu benedetto ed aperto al culto.

Negli anni seguenti la chiesa fu completata con il pavimento, l‘acquisto di nuovi altari, dell’organo e finalmente il 30 novembre 1993, erano intanto passati ben cento anni, fu solennemente consacrata per mano dell’arcivescovo di Udine Alfredo Battisti.

La chiesa si presenta all’esterno con una mole imponente dal colore grigio dovuto alla pietra arenaria, proveniente da cave locali, con cui fu costruita.

L’interno colpisce per la sua spazialità (il soffitto è posto a 24 metri dal pavimento) ed anche per la luminosità, dovuta alle sette grandi finestre a mezzaluna. Caratteristiche poi sono le due grandi colonne architravate che separano la navata dal presbiterio. Colpiscono per la loro evidenza, dovuta la fatto che in fase di costruzione si preferì ampliare notevolmente il presbiterio che secondo i disegni originari avrebbe dovuto essere collocato subito dietro le due colonne.

Nell’insieme la parrocchiale di Pozzuolo costituisce un complesso grandioso. Del resto si stava contemporaneamente costruendo in forme magniloquenti il vicino duomo di Mortegliano e i pozzuolesi non vollero essere da meno.

Negli anni 1987-1990 e poi nel 2002 sono stati eseguiti lavori di consolidamento post-terremoto e di adattamento del presbiterio alle esigenze liturgiche post-conciliari.

Gli altari

L'altare maggiore

L’altare maggiore è opera del tagliapietra Antonio Gratij (Grassi), un veneziano che all’epoca risiedeva a Udine e operava in Friuli (suo il bell’altare della parrocchiale di Nespoledo). La costruzione ebbe inizio nel 1717; l’elegante tabernacolo fu pagato nel 1730 e il completamento si ebbe con l’acquisto delle due pregevoli statue laterali, quella di sinistra raffigurante san Pietro, opera del veneto Giuseppe Torretti; quella di destra, raffigurante san Paolo, dovuta al veneziano Paolo Groppelli. Statue eleganti e raffinate, particolarmente significative per la comprensione della poetica dei due artisti.

Desta notevole interesse la porticina del tabernacolo superiore, in legno intagliato e dipinto, con la raffigurazione della Deposizione dalla Croce, opera di un artista d’inizio Settecento, che può essere identificato nell’intagliatore bellunese Andrea Brustolon (1662-1732), autore di pale d’altare di grande formato, che anche nella traduzione in piccolo formato (la porticina del tabernacolo misura cm 76 x 37,5) mostra le capacità inventive e la buona qualità dell’intaglio che lo fanno il maggiore scultore in legno del barocco veneto. Un restauro ha riportato alla luce, sotto quattro strati di smalti diversi, i colori originari, abbastanza ben conservati.

L’altare maggiore ha una storia tormentata. Collocato nella parete di fondo del vecchio presbiterio, dove ora si apre la porta maggiore, fu spostato nella nuova chiesa al lato opposto. Il terreno di riporto sul quale era stato ricostruito cominciò però a cedere e di conseguenza l’altare si inclinò. Fu quindi smontato e ricostruito su una “schiena d’asino” di mattoni ancorata ai pilastri laterali. Nel 1932 per dare spazio al nuovo organo che si voleva sistemato nell’abside, l’altare fu per la terza volta demolito e in seguito ricostruito e spostato in avanti. Naturalmente nel corso delle ricostruzioni ci furono delle modifiche per adeguarlo, nelle proporzioni, alla nuova chiesa.

Gli altari laterali

Anche gli altari laterali ebbero vicende complesse. Quello di Sant’Antonio, donato dalla famiglia Tomadoni nel 1719, fu smontato e poi rimontato con qualche modifica per adeguarlo alle nuove proporzioni della chiesa. Il dipinto raffigurante il santo fu sostituito con la statua devozionale che ancora oggi si vede e andò disperso.

L’attuale altare del Sacro Cuore è una ricostruzione che ha utilizzato in parte l’antico altare di San Valentino (costruito tra il 1728 ed il 1731 e smembrato nell’Ottocento) con il concitato bassorilievo raffigurante il martirio del santo, opera dello scultore e altarista Giovanni Battista Cucchiaro di Udine e in parte (nell’alzata) elementi dell’antico altare della Beata Vergine del Rosario, costruito alla fine del XVIII secolo.

Ambedue sono collocati nelle due absidiole tra il presbiterio e le cappelle laterali.

Nelle cappelle laterali trovarono posto due imponenti e monumentali altari in stile neorinascimentale, in stucco imitante il marmo, costruiti da Girolamo D’Aronco di Gemona. Uno è dedicato alla Beata Vergine Ausiliatrice (1902), il secondo al Transito di san Giuseppe.

Sempre di Girolamo D’Aronco è il vecchio pulpito – non più usato – addossato ad un pilastro della parete nord.

Le sculture

Per quanto riguarda la scultura, oltre alle opere cui si è fatto cenno ne vanno ricordate altre: in primo luogo il Battistero, in pietra bianca d’Istria che porta sul bordo la data 1585 e l’iscrizione dei camerari committenti.

Cinquecentesco è anche il Crocifisso ligneo che si vede in alto, sopra l’architrave sostenuto dalle due grandi colonne: pare opera di buona qualità, attribuibile ad ignoto intagliatore friulano.

Sulla parete di fondo, ai lati dell’organo liturgico, su due supporti ornati da foglie d’acanto due angeli ornanti in pietra in stile preraffaelita, databili alla metà dell’Ottocento.

Ai fianchi dell’altare maggiore altri due angeli cerofori, di legno, dello stesso stile dei precedenti, acquistati, come vuole una tradizione locale, dal duomo di Udine.

Nel grande altare laterale di destra uno scenografico, coloratissimo, gruppo con il Transito di san Giuseppe, in stucco, opera seriale proveniente da una bottega d’arte sacra di Roma; in quello di sinistra il simulacro della Beata Vergine Ausiliatrice, in “teloplastica”, dono delle pie donne pozzolesi nel 1902.

Nell’atrio d’ingresso della chiesa, in quello che era il vecchio presbiterio, in due nicchie sono collocate le statue marmoree di San Domenico e Santa Rosa da Lima, che i documenti ricordano essere state scolpite tra 1790 e 1804 dall’udinese Giuseppe Mattiussi, con la collaborazione del fratello Francesco, per l’altare del Rosario, in seguito (forse alla fine dell’Ottocento) smembrato.

Nel presbiterio trovano collocazione il nuovo ambone e il nuovo altare della celebrazione, con sculture di Angelo Demetz, disegni di Luciano Duca, lavori di falegnameria di Arsiero Duca. L’ambone presenta al centro la figura del titolare Sant’Andrea, che regge la croce, ai lati le immagini dei quattro evangelisti. Regge il leggio un cartiglio con l’antico stemma del paese.

Sulla facciata dell’altare, nel pannello centrale, la Vittoria Eucaristica ripresa dai mosaici aquileiesi. Negli altri due pannelli i simboli eucaristici del frumento e dell’uva. Sui lati due fasci di fiori stilizzati.

Il lato posteriore è tutto occupato da un grande pannello scolpito e raffigurante la vita eterna. Da una coppa con anse (cantaro) sormontata dal monogramma di Cristo escono due rami della mistica vite, ai fianchi due pavoni simboli dell’immortalità. Una cornice semicircolare, scolpita con motivi floreali stilizzati, e dorata, circoscrive lo spazio centrale escludendo ai lati due zone oscure con due draghi rossi raffiguranti la vita eterna dannata. L’ambone è stato costruito nel 1992, l’altare nel 1999.

I dipinti

Non molto numerose sono le opere di pittura, soprattutto per quanto riguarda gli affreschi, limitati al ciclo steso nel 1710 dal pittore svizzero Martino Fischer nella volta del presbiterio della vecchia chiesa, divenuto atrio dell’edificio ottocentesco. Il Fischer, artista di cui poco si conosce, se non che lavorò per alcuni nobili udinesi, affrescando nel 1709 il salone di palazzo Antonini (ora sede del Rettorato dell’Università) e dipingendo per la cappella dei conti Polcenigo una pala d’altare ora nella chiesa di San Quirino, affrescò alcune figure sacre entro spazi delimitati da cornici a stucco bianco: nei tondi del soffitto, la Santissima Trinità in quello centrale, gli Evangelisti e quattro Profeti in quelli che fanno corona; nei pennacchi i padri della Chiesa: Gregorio, Girolamo, Ambrogio e Agostino. Altre figure sono andate perdute a di infiltrazioni d’acqua dal tetto.

Nella prima nicchia sinistra della chiesa si incontra la pala di Sant’Andrea, già collocata in una cornice a stucco, sullo sfondo dell’altar maggiore nel presbiterio della vecchia chiesa. Una scritta in basso a sinistra ricorda che fu dipinta nel 1615 su commissione del parroco Gregorio Beltramino. Sulla tela è raffigurato al centro sant’Andrea in piedi, nell’atto di sostenere una grande croce latina; ai lati i santi Pietro, Giovanni Battista, Giovanni evangelista e Giacomo il maggiore. Il dipinto, che in origine aveva una dimensione maggiore, è stato attribuito, sulla scorta di un documento d’archivio, allo sconosciuto Giorgio de Honestis (Onesti), che nella composizione riflette i modi di Palma il Giovane e nelle figure, corpose e grossolane, quelli della pittura friulana del tempo, di Giacomo Secante Secanti e Innocenzo Brugno in particolare.

Sulla parete sinistra del presbiterio, la seicentesca pala del demolito altare di San Valentino, con l’inconsueta iconografia dell’Addolorata in alto su nubi e in basso i santi Valentino e Biagio, insieme a un angioletto, che regge una palma allusiva al loro martirio.

Decorano il presbiterio anche sei grandi quadri di buona fattura con soggetti evangelici: sulla parete destra l’Annunciazione, la Natività, l’Adorazione dei Magi; su quella sinistra Cristo e il Cireneo, la Flagellazione e l’Incoronazione di spine. Sono opere databili al XVIII secolo, di autore ignoto.

Il campanile

Non sappiamo nulla del campanile precedente l’attuale, salvo che il 26 febbraio 1640 rovinò distruggendo la chiesa. Oltre la vetustà, causa determinante del crollo deve essere stato il terreno malsicuro del rialzo dove sorgeva insieme alla chiesa.

Maggiori notizie si hanno sulla costruzione del campanile attuale: dai documenti sappiamo che un certo Francesco Duca fu incaricato di seguire la costruzione, ordinare i materiali etc. Per quanto riguarda i materiali, si prelevarono i sassi del vicino torrente Cormor, la sabbia del fiume Torre, mentre la pietra da Cividale, la calce da Villafredda presso Tarcento. I lavori ebbero inizio nel 1663 e termine l’8 ottobre 1687, quando fu coperto il tetto, a metri 35 d’altezza. Si continuò comunque fino al 1691 per le rifiniture.

Le campane, pur con qualche rottura o rifusione, fecero il loro servizio fino a quando, durante la prima guerra mondiale, furono asportate e fuse dagli Austroungarici. Con i fondi per le riparazioni dei danni di guerra, si fuse presso la ditta De Poli di Udine un nuovo concerto di tre campane, che però durò poco. Il bronzo non era di buona lega e le campane si ruppero presto. Si decise allora per una rifusione completa e di maggiore peso: ne risultò un concerto maestoso, con la tonalità Re Do Si bemolle, concerto che tuttora allieta i paesani con le sue solenni armonie.