La chiesa San Leonardo a Provesano e gli affreschi di Gianfrancesco da Tolmezzo

Provesano di San Giorgio della Richinvelda

La chiesa San Leonardo a Provesano e gli affreschi di Gianfrancesco da Tolmezzo

La chiesa parrocchiale di San Leonardo a Provesano nel comune di San Giorgio della Richinvelda, a poca distanza dal fiume Tagliamento, si presenta come una piccola costruzione dall’architettura semplice e austera. Eppure, come spesso accade, questo modesto edificio è un vero scrigno, che racchiude un autentico tesoro dell’arte friulana della fine del XV secolo. Chiesa di San Leonardo, Gianfrancesco da Tolmezzo, Crocifissione, 1496, ProvesanoInfatti, le sue pareti di fondo sono state affrescate da Gianfrancesco da Tolmezzo nel 1496. Si tratta di dipinti di grande bellezza ed enorme valore per la storia artistica friulana, già oggetto di molti approfonditi studi, ma tali da meritare di essere ulteriormente e adeguatamente conosciuti, insieme all’umile chiesetta che li conserva.

La chiesa di San Leonardo a Provesano

La storia

Dell’esistenza di un luogo di culto a Provesano si ha notizia dal 1140, ma probabilmente la sua origine affonda in tempi ancora più lontani. Non conosciamo con precisione l’anno in cui fu istituita la parrocchia dedicata a San Leonardo, il venerato protettore di coloro cui è stata tolta la libertà, la quale nacque distaccandosi dalla matrice di San Giorgio della Richinvelda, una separazione che comunque deve essere avvenuta prima del 1392, quando è documentata la presenza di un parroco titolare.

La giurisdizione parrocchiale di Provesano fino al 1858 comprendeva anche la frazione di Gradisca. Dal 1987 alla parrocchia di San Leonardo di Provesano è unita quella di San Tommaso Apostolo di Cosa.

Dall’inizio del Cinquecento presso questa chiesa, come in gran parte delle parrocchie che si trovano lungo la sponda occidentale del fiume Tagliamento, aveva trovato sede una confraternita dei Battuti, la quale, dotata di appositi statuti, provvedeva alla cura spirituale e pure materiale degli appartenenti, attraverso forme di mutuo aiuto che alleviavano le difficoltà dell’esistenza. Inoltre, le confraternite si prendevano cura dei luoghi di culto e certamente questo avvenne anche a Provesano.

L’attuale aspetto architettonico della chiesa si deve all’ampliamento effettuato nel 1828, il quale interveniva su una costruzione assai antica, perlomeno fi epoca romanica, la quale aveva avuto un momento di particolare rinnovamento tra Quattro e Cinquecento, epoca cui risalgono le principali decorazioni.

Le modifiche di primo Ottocento ci consegnano una facciata di stile neoclassico, contraddistinta da uno schema rigoroso e semplice, con quattro lesene che ne articolano lo spazio e sostengono un frontone.

Gli affreschi di Gianfrancesco da Tolmezzo a Provesano

L’autore dell’eccezionale ciclo di Provesano, Gianfrancesco del Zotto, detto da Tolmezzo, è stato uno dei grandi protagonisti della scena pittorica friulana degli ultimi decenni del Quattrocento e del primo del secolo successivo.

Delle origini di questo artista conosciamo molto poco: supponiamo sia nato nel 1450 o poco dopo, da Odorico di Daniele «de la chaxada de queli del Zoto», proveniente da Socchieve, il quale deve essere stato un oscuro pittore e non è quindi da escludere che abbia impartito proprio lui i primi insegnamenti al figlio. Anche la formazione di Gianfrancesco è alquanto misteriosa, sebbene si possano individuare alcuni punti fermi, a cominciare dalla necessità d’accantonare una tradizione storiografica che voleva la presenza nella Carnia del XV secolo di una scuola artistica locale, con una propria particolare fisionomia stilistica.

In Gianfrancesco possiamo individuare delle componenti che derivano dal mondo veneto, specialmente una eco proveniente dalla grande stagione rinascimentale vissuta tra Padova e Venezia, grazie agli esempi di Mantegna e di Donatello, e pure dai maestri Muranesi, come Bartolomeo Vivarini e Andrea da Murano. Inoltre, un influsso non certo secondario gli giungeva dalle avanguardie artistiche allora attive in Friuli, su tutti Bellunello, che, per altro, anch’egli interpretava in forme personali la lezione padovana.

L’esperienza di Gianfrancesco si inserisce pienamente nel contesto rinascimentale veneto e ne rappresenta un’interessante variante, che si caratterizza per una straordinaria coerenza espressiva, attuata per mezzo di un’eccezionale padronanza del disegno e della tecnica dell’affresco. Quasi il suo intero catalogo è formato da decorazioni murali, situate soprattutto nella Destra Tagliamento, e in esse l’aspetto grafico è assolutamente preminente, anche in conseguenza della tecnica di pittura murale impiegata: il nostro pittore delinea le figure direttamente sull’arriccio o sull’intonaco fresco, poi stende il colore e infine definisce i contorni delle figure.

Un altro elemento che ha molto interessato gli studiosi è l’ampio uso che Gianfrancesco fece di incisioni d’oltralpe, riproducendole molto fedelmente nelle proprie composizioni, tanto che alcuni hanno enfatizzato una simile componente, pensando a qualche rapporto con l’arte germanica. Invece, anche in questo caso è necessario guardare a Venezia, dove il mercato delle stampe era florido e procurarsene degli esempi era abbastanza facile. Comunque, l’impiego di quelle incisioni da parte di Gianfrancesco non deve essere inteso come una scorciatoia usata per disporre di un repertorio di scene che altrimenti non sarebbe riuscito a creare, ma invece la conseguenza della consapevole adesione ad un mondo figurativo avvertito in perfetta sintonia con la propria visione creativa. Insomma, egli si avvale delle stampe per proporre sulle pareti delle chiese friulane quelle che sentiva come delle spettacolari visioni religiose, che lo avevano impressionato e affascinato, potremmo quasi dire rapito, al punto da volerle fare proprie, compiendo un vero e proprio atto creativo nello sforzo, davvero notevole, per riuscire ad adattarle al grande formato. D’altra parte, era abbastanza usuale l’uso di incisioni per i pittori, che ne traevano idee, spunti, isolate citazioni, oppure le riproducevano con esattezza.

La prima opera superstite di Gianfrancesco, datata 1482, la troviamo nel bellunese, in San Nicolò di Comelico, dove il ciclo di affreschi mostra uno schema iconografico che si ripeterà quasi sempre in seguito: nell’abside episodi della vita di Cristo e gli Apostoli, l’Annunciazione nell’arco santo e sulla volta Profeti, Evangelisti e Padri della Chiesa. In quell’anno – il 1482 – Gianfrancesco aveva circa trent’anni e sicuramente in precedenza doveva aver prodotto altri dipinti, perduti o a noi ignoti, poiché a Comelico dimostra una notevole maturità stilistica e tecnica, tale da lasciar presupporre una non sporadica consuetudine con l’attività artistica.

Nel 1489 ritroviamo il pittore carnico nella chiesa di Sant’Antonio a Barbeano, dove decora la volta con Padri della Chiesa, Evangelisti e Profeti, la parete di fondo con la Natività e l’Adorazione dei Magi, le pareti laterali con l’Ascensione e il Giudizio universale. Nello stesso anno o subito dopo, si colloca una delle rare tavole di Gianfrancesco di cui abbiamo contezza, una Madonna con Bambino e angeli, nelle Gallerie dell’Accademia a Venezia.

All’inizio dell’ultimo decennio del XV secolo Gianfrancesco lavorò in Carnia, nella chiesa di San Lorenzo a Forni di Sotto (1492) e in quella di San Martino a Socchieve (1493), la località natale del padre.

A Provesano giunse nel 1496 e probabilmente subito dopo operò a Castel d’Aviano in San Gregorio, mentre nel 1499 circa, ne ritroviamo una Madonna con Bambino nella chiesa di San Simone e Giuda a Prata di Pordenone.

All’inizio del XVI secolo tornò in Carnia, in San Floriano a Forni di Sopra (1500 ca), mentre nel 1502 fu attivo a Pugnano di Ragogna e nel 1503 ad Invillino, intervento quest’ultimo totalmente perduto. Qualche anno dopo, nel 1507, realizzò la pala con Madonna e Bambino di Santa Giuliana in Cimitero a Castel d’Aviano, un’opera che si rifà alla celebre pala veneziana di San Cassiano di Antonello (in parte mutila e ora al Kunsthistorisches Museum di Vienna), di trent’anni precedente: la scelta di un modello così datato, per quanto illustre, segnala, oltre al rapporto con Venezia, un evidente arretramento stilistico, per altro condiviso dal gusto della committenza. In effetti, Gianfrancesco all’attacco del Cinquecento risultava un pittore non più al passo con i tempi, specialmente se confrontato con i suoi rivali locali Pellegrino da San Daniele e soprattutto il giovane Pordenone, autori che a differenza di lui erano pienamente inseriti nella congerie rinascimentale della loro epoca. Comunque, l’attività dell’artista carnico nel corso della prima decade del secolo fu decisamente intensa, anche se molte opere documentate si sono perse.

Alla fase tarda di Gianfrancesco vanno associate le decorazioni in Santa Lucia di Budoia, un frammento in Santa Maria degli Angeli, o del Cristo, a Pordenone, e nel duomo della stessa città la Pentecoste in una cappella e l’Evangelista su un pilastro.

Un altro affresco di una certa importanza è il San Floriano di San Pietro Martire a Sclavons di Cordenons.

A questo catalogo friulano, si devono aggiungere pure le decorazioni in San Giovanni Battista a Settimo di Cinto Caomaggiore e ad Annone Veneto. Inoltre, a Gianfrancesco sono state attribuite due tavole nel Museo di Budapest.

La data della morte del Tolmezzino, giunta nel 1511, ci è nota attraverso un documento che riguarda un trittico per San Martino a Socchieve, commissionatogli l’anno precedente, ma che non riuscì a portare a termine e fu completato dal figlio.

L’intervento di Provesano del 1496 si colloca nella piena maturità di Gianfrancesco e indubbiamente rappresenta una delle sue più alte realizzazioni, ricca di motivi di interesse, in particolare per le strette relazioni individuate con una serie di incisioni d’oltralpe.

La sicura attribuzione e cronologia di questo ciclo deriva da un’iscrizione apposta sopra il volto di San Sebastiano, dove compare la firma Gianfrancesco da Tolmezzo e la data 1496, inoltre riporta pure il nome del sacerdote Giovanni, originario della Basilicata, del quale si sa pochissimo. A questi dati possiamo accostare un’altra singolare firma, sotto forma di autoritratto stilizzato, sulla parte di fondo dell’abside, ai piedi della Croce. Invece non si conoscono testimonianze documentarie sugli affreschi di Provesano.

Gli affreschi dell'abside

Le decorazioni che possiamo ammirare riguardano la parte absidale, il cui fondo mostra una grandiosa Crocifissione che occupa l’intero spazio.

Le pareti laterali sono suddivise in tre registri sovrapposti, che mostrano nella fascia centrale e nelle lunette episodi della Passione e la Resurrezione, con un andamento che prende avvio dalla parte superiore della parere destra: l’Ultima cena; l’Orazione nell’orto, nella lunetta destra, al di sotto la Cattura di Cristo e Cristo davanti a Caifa.

Sulla sinistra, dal basso e da sinistra verso destra, Cristo davanti a Pilato, la Flagellazione e la Salita al Calvario, nella lunetta, la Deposizione e la Resurrezione.

Nelle fasce inferiori, a sinistra i dodici apostoli.

A destra parti di un Giudizio Universale, la cui scena è purtroppo compromessa da ampie lacune.

La volta è illustrata dai quattro dottori della Chiesa (Agostino, Ambrogio, Girolamo e Gregorio), assisi su splendide cattedre a libreria, di gusto tardogotico, e da profeti (mancano però gli Evangelisti, solitamente presenti in queste composizioni).

Nel sott’arco troviamo dieci figure a mezzobusto di sante, contraddistinte dagli attributi tradizionali (sono le sante: Orsola, Margherita, Apollonia, Lucia, Agata, Maria Maddalena, Agnese, Rosa, Barbara e Caterina d’Alessandria), e in basso le immagini intere di San Rocco a sinistra e San Sebastiano sul lato opposto, evocati particolarmente contro le pestilenze.

L’arco trionfale

Probabilmente in origine l’opera del tolmezzino interessava anche l’estradosso dell’arco trionfale, dove ritroviamo un modesto affresco votivo di Pietro o Giampietro da San Vito, eseguito nel 1513, che raffigura la Madonna in trono con il Bambino e san Rocco, con un’iscrizione in cui è riportato il nome del committente e la data; dello stesso autore è anche il San Sebastiano, con la data 1513. Questo pittore, nato a San Vito al Tagliamento attorno al 1470 e vissuto fino al 1545 circa, opera con mezzi formali assai limitati, ma riesce ugualmente a raggiungere risultati piacevoli e talvolta di notevole effetto, come nel caso del ciclo del 1515 che decora la chiesetta dei Santi Filippo e Giacomo ad Arzenutto di San Martino al Tagliamento, a breve distanza da Provesano.

Gli affreschi e i rapporti con le incisioni

Certamente l’aspetto che ha maggiormente colpito quanti si sono occupati degli affreschi di Provesano è il loro carattere nordico, dovuto allo stretto rapporto con una serie di incisioni provenienti dall’area germanica e dai Paesi Bassi. Infatti, gli studiosi hanno individuato nelle scene affrescate da Gianfrancesco la traduzione quasi letterale di fogli di Martin Schongauer (Colmar 1450 ca – Breisach am Rhein 1491) e del maestro “I.A.M. di Zwolle”, attivo nei Paesi Bassi meridionali, del quale si sa molto poco, ma che probabilmente era legato alla cultura formale di Rogier Van der Weyden. Si tratta di due grandi incisori, le cui realizzazioni, tanto eloquenti nelle composizioni e ricche di particolari fantasiosi, hanno goduto di enorme fortuna tra Quattro e Cinquecento, influenzando molti pittori europei, che – proprio come il nostro Tolmezzino – ad esse si sono ispirati, utilizzandole in vario modo per le proprie creazioni.

Anche a Barbeano nel 1489 Gianfrancesco si era ispirato a stampe nordiche, a testimonianza di una forte attenzione nei confronti di quel tipo di fonti visive e di una profonda consonanza con quegli sviluppi espressivi.

Nel caso di San Leonardo derivano dal celebre “ciclo della Passione” di Shongauer le scene dell’Orazione nell’orto, di Cristo davanti a Caifa, di Cristo davanti a Pilato, della Flagellazione, della Salita al Calvario, della Deposizione nel sepolcro e della Resurrezione. Le stampe del maestro attivo a Colmar sono state tradotte a fresco da Gianfrancesco in modo quasi letterale, riportandole con una straordinaria precisione, la quale, per altro, evidenzia un’incredibile abilità grafica, che gli consente di amplificare le dimensioni delle immagini sui fogli e di adattarle alle pareti della chiesetta di Provesano. Quindi, da un confronto tra le incisioni di Shongauer e i soggetti affrescati notiamo che non solo l’impostazione degli episodi coincidono, ma pure gran parte del dettagli, anche se ad un’attenta analisi ritroviamo delle lievi modifiche, che testimoniano il lavoro di rielaborazione comunque svolto dal Tolmezzino. Infatti, per quanto riguarda l’Orazione nell’orto, osserviamo che nell’affresco le figure di Giacomo e Giovanni sono state invertite rispetto al foglio a stampa, eliminati i personaggi sullo sfondo e inserito un calice tra le mani dell’angelo verso cui si rivolge Critro.

Invece, ai fogli del maestro “I.A.M. di Zwolle” si collegano l’Ultima cena, la Cattura di Cristo e la Crocifissione. Tuttavia, in questi casi non assistiamo ad una precisa ripresa testuale, bensì ad una rielaborazione dei prototipi, per cui nell’Ultima cena le architetture gotiche ideate dall’incisore sono semplificate e nella Cattura di Cristo è eliminato l’episodio del bacio di Giuda, che arricchisce lo sfondo dell’incisione, sostituito da una serie di figure. Nella Crocifissione notiamo che il modello ideato dall’artista neerlandese, a differenza di quanto fatto negli altri casi, non è ripreso in modo letterale o con qualche modifica, ma diviene fonte d’ispirazione, riprendendo in modo particolare il buon ladrone, sulla sinistra, con la straordinaria invenzione, insieme drammatica e poetica, della sua testa reclinata, che fa scivolare verso il basso i capelli, sui quali si staglia il profilo del volto. Tuttavia, in questa grandiosa scena non ritroviamo solamente esempi nordici, ma pure l’altro versante della cultura di Gianfrancesco, quello veneto, dato che i volti scorciati di due cavalieri sulla destra derivano dagli affreschi di Mantegna nella cappella Ovetari a Padova.

Nel grandioso insieme della Crocifissione Gianfrancesco si sbizzarrì inserendo personaggi e situazioni di grande pathos e pure riferimenti iconografici degni di attenzione, come i due angeli che raccolgono il sangue dai polsi e dal costato di Cristo. A tal proposito, è interessante notare che nello stesso anno degli affreschi di Provesano – il 1496 – il grande pittore veneziano Vittore Carpaccio licenziava, per la chiesa domenicana di San Pietro Martire a Udine, una straordinaria tavola, intitolata il Sangue di Cristo (ora nei Civici Musei di Udine), dove il sangue che sgorga dalle cinque ferite del Salvatore viene raccolto in un calice. Certo, il dipinto udinese, tanto ricco di riferimenti simbolici, rappresenta un soggetto assai raro, legato all’attualità di un complesso e scottante dibattito teologico sulla natura del sangue del Cristo, mentre il particolare presente sulla parete di fondo di San Leonardo appartiene ad una tradizione ampiamente diffusa nel XV secolo, la quale si basava sul Vangelo di Giovanni, secondo cui «sangue e acqua» uscirono dalle ferite del Crocifisso, e tale passo fu poi interpretato da sant’Agostino come richiamo ai sacramenti dell’Eucarestia e del Battesimo, nonché immagine della stessa Chiesa, che trae vita dal corpo di Cristo. Comunque, nonostante simili significative differenze, certamente nel Friuli della fine del Quattrocento il culto per il “preziosissimo” sangue di Cristo doveva essere molto diffuso e forse entrambi i dipinti, ognuno a proprio modo denso di misticismo, derivano da modelli nordici. Del resto anche in una delle Crocifissioni incise da Martin Schongauer compaiono quattro angeli intenti a raccogliere il sangue che sgorga dalle ferite del Salvatore: non è da escludere che il nostro Tolmezzino abbia guardato anche a quel foglio per ideare la grandiosa scena di San Leonardo.

Nel ciclo di Provesano, notiamo delle piccole scene infernali presenti nello zoccolo della parete di fondo – sotto la Crocifissione – e di quella destra, legate al Giudizio Universale, le quali appaiono tanto drammatiche quanto di difficile interpretazione. Infatti, esse non sembrano rimandare a un soggetto ben identificabile, benché paiano associarci ad alcuni passi dell’Apocalisse.

Nella creazione di queste immagini macabre Gianfrancesco ha dato libero sfogo alla propria accesa fantasia, forse ispirandosi a qualche brano presente nelle famose Tentazioni di sant’Antonio abate incise da Shongauer, popolando il ciclo con una serie di piccole figure mostruose e inquietanti, che rappresentano un autentico unicum nella sua produzione. Si tratta, a ben vedere, di un ulteriore elemento che testimonia la complessità dei riferimenti che compongono l’orizzonte formale del pittore Tolmezzino.

Anche nella figura del San Sebastiano affrescata ai piedi del sott’arco trionfale possiamo individuare la ripresa di un celebre modello, ovvero il dipinto di analogo soggetto di Antonello da Messina (del 1475-1476), realizzata a Venezia e ora nella Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda: un’ulteriore riprova dei legami tra Gianfrancesco e il mondo artistico lagunare. Forse, l’intuizione di questa particolare relazione ha indotto Cavalcaselle a documentare le decorazioni di Provesano con un disegno dedicato proprio a San Sebastiano, il quale rappresenta la più antica testimonianza grafica degli eccezionali dipinti di San Leonardo.

La pala con i Santi Sebastiano, Floreano e Rocco e le opere plastiche

Oltre alla decorazione di Gianfrancesco la parrocchiale di Provesano presenta un altro interessante esempio pittorico, la gradevole pala di gusto accademico del veneziano Luigi Bello, raffigurante i Santi Sebastiano, Floreano e Rocco, del 1846.

Per quanto riguarda le opere plastiche, ritroviamo due creazioni dello scultore di origini ticinesi Giovanni Antonio Pilacorte, il quale dagli anni Ottanta del XV secolo aveva avviato una bottega a Spilimbergo: un’acquasantiera del 1497, con dei piacevoli elementi decorativi, e un fonte battesimale del 1498, arricchito da un bel bassorilievo del Battesimo di Cristo sul dado.

Due piacevoli statue settecentesche, Sant’Andrea e Sam Leonardo, in origine sull’altare maggiore e per molto tempo in facciata, dal 1973 sono collocate nella prima cappella a destra.