La chiesa di San Lorenzo martire di Talmassons

Talmassons

La chiesa di San Lorenzo martire di Talmassons

Le origini e la storia

La prima citazione di Talmassons, usque ad Talmasones, si legge nella donazione di terre concesse da papa Alessandro III (con la bolla del 24 aprile 1174) a favore del Capitolo di San Felice in Aquileia, testimonianza di un insediamento stabile nella zona, sorto probabilmente nei secoli X-XI, nell’ambito dell’opera di bonifica e ripopolamento voluta dai patriarchi di Aquileia.

Nel 1278 appare come villa tra le terre date in feudo da Mainardo conte di Gorizia a Stefano Sbruglio di Cormons, capitano di Castellutto (Flambro inferiore), insieme a Torsa, Rivignano, Santa Marizza e altre. Le vicende successive legano la giurisdizione del territorio di Talmassons, anche dal punto di vista ecclesiastico, alla gastaldia di Flambro, annessa poi alla contea di Belgrado sotto la signoria goriziana.

Nel 1515 Gerolamo Savorgnan fu investito dei feudi di Osoppo, Belgrado e Castelnuovo, per i meriti acquisiti presso la Serenissima, con una serie di privilegi e concessioni da rendere di fatto la contea di Belgrado separata dalla Patria del Friuli. Ai Savorgnan spettava inoltre il diritto di giuspatronato, cioè poter scegliere e nominare sia il pievano sia i curati, di Flambro, Talmassons e Bertiolo.

Nel corso dei secoli XI-XIII Talmassons si organizzò in villaggio intorno alla chiesa – in origine cappella filiale di Santa Maria Annunziata di Flambro, una delle antiche matrici della diocesi aquileiese e chiesa battesimale – con la presenza fissa di officianti.

Al 1339 si fa risalire l’intitolazione della chiesa a San Lorenzo, martire del III secolo venerato a partire dall’età paleocristiana. Titolo diaconale antico quindi, forse traccia della primitiva organizzazione ecclesiastica dell’agro aquileiese.

Nel 1442 San Lorenzo appare nell’elenco delle chiese soggette alla pieve di Flambro e nel 1495 nell’elenco delle pievi e rispettive filiali dell’Arcidiaconato inferiore nella diocesi di Aquileia. La presenza stabile di un vicario curato viene segnalata già nella seconda metà del XV secolo.

A partire dal XV secolo, Talmassons costituisce un polo parrocchiale comprendente Torsa, Flumignano, Sant’Andrat del Cormor e Paradiso (dal XVII secolo).

Nel corso del XVI secolo fu concesso il sacro fonte alle due chiese di Talmassons e Bertiolo.

Un disegno con la data 1547 (ricopiato nel 1798) mostra la chiesa dell’epoca, che appare di modeste dimensioni, la facciata spoglia, tetto a capanna e piccolo campanile. Sulla muratura ovest delle sacrestia si intravvede ancora oggi il profilo della chiesa disposta secondo un diverso orientamento rispetto all’attuale, frutto degli interventi settecenteschi.

La chiesa settecentesca e la facciata ottocentesca

Tra il 1714 e il 1722 la parziale rifabbrica dell’edificio e il rifacimento del coro sono affidati ai capomastri Osvaldo e Gasparo Lotti. Conclusa la parte muraria con la demolizione del vecchio coro (nel 1718) si procedette al compimento dell’arredo e all’erezione dell’altar maggiore in marmo, sostitutivo del precedente in legno. Contestualmente il luogo sacro si arricchì di arredi e di molti preziosi pezzi di argenteria, fatti giungere da Venezia.

Tra il 1742 e il 1743 furono eretti due nuovi altari laterali in pietra, venduti nel 1798 per far fronte alle ingenti spese di edificazione del nuovo edificio sacro. Erano l’altare di San Valentino, opera di Pietro Cocalino, tagliapietra di Udine (passato nella chiesa di Roveredo di Varmo); e nel 1748 quello della Vergine del Rosario, eseguito dal figlio Francesco, arricchito dai medaglioni dei Misteri del pittore Francesco Cucchiaro (1749) e completato nel 1760 con la statua della Beata Vergine di Giovanni Mattiussi, statua trasferita dapprima nella filiale di Santa Maria Assunta di Torso (nel 1844) e poi nell’oratorio di Roveredo di Torsa, mentre l’altare fu ceduto all’oratorio di Sant’Antonio abate di Flambro.

Nella visita pastorale del 1773, l’arcivescovo Giangirolamo Gradenigo, considerando insufficiente la chiesa vecchia alle esigenze del culto, ne richiese l’ampliamento. Tali disposizioni furono messe in atto dieci anni dopo, con una delibera della vicinia del 27 marzo 1783. Il giurisdicente Mario Savorgnan di Belgrado ordinava che le fondamenta fossero gettate sopra il fondo del cimitero e fissava alcune condizioni per rendere operativo il progetto: permute o vendite di fondi, risparmi sulle candele, sui contributi ai camerari e sui pranzi ai sacerdoti.

Ad attendere alla nuova fabbrica della chiesa secondo il preventivo di Francesco Malisan, capomastro di Palmada, fu chiamato il tagliapietra Sebastiano Sabbadini di Pinzano (pagamenti dal 1785 al 1807), affiancato da altri “spizapietra”, quali Francesco Toffoletto di Feletto, Felice Felise di Buja (esecutore della cornice del coro), Diodato Periotti (responsabile di un monumento in pietra rossa di Verona) e Francesco Lotti, stuccatore di Conegliano (autore delle cornici del soffitto); con i marangoni Giuseppe Zanutta e Antonio Bertoldo, attivi nella cantoria.

Nonostante la difficoltà nel sostenere le ingenti spese di costruzione, la struttura muraria fu completata alla fine del XVIII secolo e il sacro luogo venne consacrato nel 1821 con grande solennità, in occasione della visita pastorale dell’arcivescovo di Udine Emanuele Lodi, come recita l’iscrizione posta sulla parete sinistra del presbiterio.

Alla seconda metà dell’Ottocento risale il completamento della facciata, per merito soprattutto del parroco don Vincenzo Tonutti, il quale dette avvio alla costruzione nel 1876.

Opera di non grande pregio artistico, la facciata, scandita da quattro colonne ioniche a sorreggere la trabeazione e il timpano, ripete in tono minore modelli di altre chiese ottocentesche; unico ornamento le statue del patrono San Lorenzo e dell’Addolorata entro nicchie, opera dello scultore vicentino Morandi (1933).

Il campanile

Al parroco don Vincenzo Tonutti si deve anche l’inizio della costruzione del campanile nel 1893, dopo la demolizione dell’antico manufatto a causa delle gravi lesioni di un fulmine alla cella e al cornicione.

Il campanile, di m. 21 di altezza, dedicato a Cristo Re, con slanciata cuspide su alto dado e cella a bifora, segue con qualche variazione i disegni realizzati dal capomastro Angelo Bigaro di Mortegliano nel 1891.

Adibito ad osservatorio per i soldati italiani durante la Prima Guerra Mondiale fin dal maggio 1915, subì notevoli lesioni.

Le campane, lavoro della ditta Gio. Battista de Poli di Udine e inaugurate nel 1899 con un solenne concerto, furono poi asportate per ordine del comando austriaco nel 1918, quindi fuse nel 1921 e rifuse nel 1957 da Francesco Broili di Udine.

Del 1926 è l’orologio, della ditta Solari di Pesariis.

L'altare maggiore

Nel 1731 il lavoro fu affidato al tagliapietre veneziano Pasqualino Lazzarini (1667-1731), attivo anche a Gorizia. Egli riuscì a portare a compimento solo la parte della mensa, mentre gli scultori Giovanni e Marino Grassi di Udine realizzarono il ciborio, le statuette delle nicchie e della trabeazione.

L’altare è articolato su due piani e si eleva su cinque gradini in marmo rosso: presenta una mensa a parallelepipedo, ornata ai lati da tarsie e volute arricciate, reca sul frontale un drappo racchiudente due putti che reggono calice e croce, simboli di “passione”, e testine angeliche di corollario.

L’alzata è costituita dal tabernacolo in marmi policromi, a forma di tempietto decagono e ottagono nel tamburo, con sei colonnine corinzie addossate agli spigoli. Lo spazio tra le colonne è occupato da due nicchie con le statuine di San Lorenzo e San Giacomo. Al centro, sotto un tendaggio, il monogramma cristologico contornato da una ghirlanda. Sulla trabeazione aggettante a cornici spezzate poggiano Dio Padre con globo e angioletti, mentre altri due angioletti, seduti ai lati delle volute, reggono spighe e grappoli d’uva. Conclude la composizione un cupolino a cipolla molto schiacciata, suddiviso in spicchi da foglie di acanto ascendenti, con la figura del Risorto sulla sommità. A completamento, la portella del tabernacolo e la bandierina del Redentore realizzate dall’orefice Antonio Nascenti di Udine nel 1735.

Ai lati dei tabernacolo sono disposti due Angeli adoranti, di raffinata grazia e delicatezza eseguiti nel 1741 dallo scultore Orazio Bonetti.

Lo scultore di origine veneziana Orazio Bonetti (notizie dal 1700 ca – 1754?) prima si trasferì in Friuli e poi a Lubiana. A lui si devono, tra gli altri, di due figure per il monastero della Visitazione di San Vito al Tagliamento (1739), degli intagli lignei e i bassorilievi del duomo di Udine (1741), della Madonna dei Battuti di Palazzolo dello Stella (1744), di due statue per il palazzo-castello di Susans e dei Santi Domenico e Rita per Santa Maria la Longa (1744): tutte opere distrutte o perdute.

Gli affreschi di Rocco Pittaco

Di vaste dimensioni il ciclo pittorico che si svolge lungo le pareti della navata e del presbiterio e comprende le quattro tele degli altari e i tre specchi della cantoria, fu eseguito nel 1850 -1851 dal pittore Rocco Pittaco (1822-1898).

Ispirata alla storia del cristianesimo aquileiese, di cui il parroco committente Amadio Rizzi (1803-1862) era appassionato studioso, la decorazione interna della parrocchiale di Talmassons sviluppa un discorso che, a partire dalle due edicole ai lati dell’ingresso, procede nella navata con la celebrazione dei Fasti della Chiesa di Aquileia e culmina nel presbiterio con le Storie della vita di san Lorenzo.

Sulla fiancata destra è raffigurata la Consacrazione di Ermagora: alla presenza di alcuni fedeli, san Pietro si china a porgere il baculo, simbolo del potere pastorale, ad Ermagora inginocchiato e vestito degli abiti vescovili. I riferimenti tematici sono costituiti dagli affreschi (degli inizi del XII secolo) della cripta di Aquileia con le storie dei santi patroni, tra le quali appunto la Consacrazione di Ermagora, che ribadisce le istanze di Aquileia messe in discussione per molti secoli da Grado.

All’entrata del tempio, entro la nicchia del Battistero, un ambiente spoglio fa da sfondo alla scena del Battesimo delle Vergini “Aquileiesi”. Secondo la leggenda aquileiese le giovani Eufemia, Dorotea, Tecla ed Erasma, sarebbero state battezzate da Ermagora e, dopo il loro martirio, sepolte dallo stesso Ermagora. Le notizie della loro passio sono tuttavia piuttosto tarde, riferite nel Chronicon Patriarcharum Aquilejensium del IX secolo con ricchezza di particolari, mentre non vi è traccia di documenti liturgici anteriormente al XIII secolo. Il soggetto dell’affresco di Talmassons nelle intenzioni del committente riverisce dunque l’antica tradizione di culto che ricorda un gruppo di cittadine di Aquileia, prime vergini cristiane.

Lungo la parete destra, una grande composizione ribadisce il ruolo di evangelizzazione attribuito a sant’Ermagora. La scena disposta simmetricamente ai lati del pulpito, contornato da un illusionistico drappo rosso, rappresenta i Santi Siro, Evenzio, Felice e Fortunato. I primi due, Siro ed il successore Evenzio, in abiti vescovili, secondo la tradizione furono inviati proprio da sant’Ermagora a fondare la diocesi di Pavia: da ciò la loro comparsa nel ciclo. In merito, è opportuno ricordare che l’immagine di san Siro ricorre assieme a quelle dei santi Ermagora e Fortunato negli affreschi della cripta di Aquileia (degli inizi del XII secolo). Sulla fascia sottostante corre l’iscrizione: sul lato sinistro del pulpito: SS.SYRVS ET JVVENTIUS AQVII. A S.HERMAG. TICINVM MISSI e sul destro: SS. FELIX ET FORTVNATVS AQ. VT COGNATIONE SIC FIDE CONJVNCTI.

Figure nobilmente atteggiate che rispondono ai canoni della cultura accademica a cui il pittore era stato educato.

Rocco Pittaco fu un abile impaginatore di composizioni in ampi spazi e si avvalse di immagini idealizzate, ma pur sempre riconoscibili, dai volti espressivi e dai gesti teatrali, come appare nelle scene del presbiterio con, a destra, la Cattura di papa Sisto II, trascinato in catene, nell’atto di rivolgersi al diacono Lorenzo che vorrebbe seguirlo nel martirio. Notevole l’efficacia della scena affidata all’evidenza plastica dei personaggi, alle ombre e luci riflesse sulle vesti, alla solenne dignità del pontefice e del discepolo, entrambi incuranti del prossimo martirio.

Sulla parete opposta, San Lorenzo mostra i tesori della Chiesa al prefetto Cornelio, ha sullo sfondo la città di Roma, di cui si intravvedono il Pantheon e l’Arco di Tito. Ispirato al racconto di sant’Ambrogio e all’Hymnus di Prudenzio, il dipinto si concentra nel momento in cui Lorenzo addita al prefetto una moltitudine di bisognosi, affermando essere quelli i reali tesori della Chiesa, non le gemme e gli ori che questi si aspettava.

I due affreschi furono conclusi entro la prima metà del 1850.

Quello presentato nella chiesa di Talmassons era un vasto programma iconografico con alla base il nucleo della leggenda marciana che lega a Marco, inviato da Pietro ad evangelizzare le terre della Venetia et Histria, la fondazione della Chiesa aquileiese. Secondo la tradizione raccolta da Paolo Diacono e Paolino d’Aquileia alla fine del secolo VIII, l’evangelista, al momento del rientro a Roma, lasciò a guida della comunità cristiana il compagno Ermagora, che a sua volta scelse Fortunato come diacono. Tale racconto acquisito ed ampliato dal Sinodo di Mantova (827) con l’affermazione della supremazia religiosa e civile della Chiesa aquileiese sulle regioni dell’Alto Adriatico, diede grande risalto alla figura di Ermagora, il quale, scelto dal clero e dal popolo e condotto a Roma dallo stesso Marco, sarebbe stato consacrato vescovo da Pietro e costituito Proton Italiae Pontificem.

Nato a Udine nel 1822 Rocco Pittaco è qui al suo primo impegno di grande respiro, dopo la formazione avvenuta presso l’Accademia di Venezia tra il 1843 e 1845. Autore prolifico di affreschi in edifici pubblici, molti dei quali perduti (Caffè Meneghetto, Loggia del Lionello, Teatro Minerva) e in numerose chiese delle provincie di Udine (Galleriano, Tricesimo, Varmo, Risano) e Gorizia (Grado, Madonna di Barbana, e Sant’Ignazio a Gorizia), operò successivamente a Vicenza, dove si trasferì nel 1861 (Seminario Vescovile, Santa Lucia, San Giacomo ai Carmini), e in molti paesi del Vicentino (Chiampo, Thiene, Santuario della Madonna di Monte Berico).

Alla base della formazione del pittore si pone senza dubbio il Neoclassicismo allora imperante, come pure una molteplicità di riferimenti quali il gusto delle ambientazioni storiche e della pittura di costume ed in particolare la tendenza storicistica affermatasi coll’avvento del Romanticismo che trova nei grandi pittori del passato (Tiziano e Veronese, Tiepolo e Ricci, come pure Raffaello, Michelangelo e i bolognesi del Seicento) i modelli cui ispirarsi. In contesti provinciali, come quello in cui opera Pittaco, tale adesione si sposa con l’esigenza didattica della Chiesa, che affida alle immagini sacre la funzione di guida della comunità, specie dopo le rivoluzioni del 1848.

La pala del coro

Nel 1850 Rocco Pittaco eseguì la grande pala del coro, andata perduta, nella quale campeggiava la figura di san Lorenzo con un’artistica “soaza”. La pala fu spostata nel 1921, in occasione della demolizione e restauro della zona presbiteriale e quindi perduta.

La tela di Pittaco fu sostituita con quella realizzata nel 1952 dal pittore udinese Ernesto Mitri (1907-1978), ora in deposito presso la Canonica. La vivace composizione, articolata su piani diversi e definita dalle linee oblique delle architetture e dalla posa degli aguzzini, focalizza l’attenzione sul momento del martirio, mentre la parte la parte centrale riceve slancio dalla figura del santo in dalmatica rossa, palma e graticola, elevato al cielo tra lo stupore del personaggio astante.

Recente invece l’esecuzione del quadro attuale, del pittore Giovanni Seravalli di Gemona del Friuli (1938 - 2021).

Gli altari laterali

Gli altari laterali di Santa Lucia e di San Luigi provengono dalla demolizione dell’atrio addossato alla facciata della chiesa di San Pietro Martire di Udine, avvenuta nel 1844, acquistati intorno a tale data dalla comunità di Talmassons. Essi hanno alzate quasi identiche e presentano lungo paraste, zoccolo e architrave una elegante decorazione a candelabre, teste di Cherubini, tralci e festoni, da attribuire al lapicida ticinese Bernardino da Bissone (1460/1465-1520). Per la loro messa in opera e adattamento alla nicchia furono chiamati gli scalpellini Paolo e Francesco Antonin di Gemona e Giovanni Tonin da Udine, i quali vi aggiunsero la cimasa con le due serie di putti sulla sommità, tra cui spicca il Cristo Salvator mundi con il globo sull’altare di destra, ricavati dallo smontaggio degli altari settecenteschi; inoltre si adoperarono per il completamento di mensa e gradini in pietra d’Istria.

Agli stessi si deve anche l’erezione degli altari dell’Addolorata e di San Valentino, inserendo un vecchio alzato di altare proveniente da Palazzolo con coppia di colonne in marmo rosso e capitelli corinzi, reggenti un timpano con cornice dentellata.

I quattro altari furono inaugurati con una solenne cerimonia nel 1850.

Le pale di Rocco Pittaco per gli altari laterali

Decisa adesione al gusto romantico mostra il pittore Rocco Pittaco nelle quattro pale degli altari, tra le quali emerge quella di Santa Lucia (sul primo altare a sinistra): palma del martirio e braccio destro proteso a mostrare gli occhi, sullo sfondo dell’Etna in eruzione e della nativa Siracusa. La santa in veste bianca con decorazioni dorate e plasticamente definita mostra nel volto e nei particolari attenzione al dato fisico.

Non si discosta dalla canonica raffigurazione delle immagini devozionali e pietistiche la pala della Madonna Addolorata (secondo altare a sinistra), simbolo delle sofferenze della Chiesa e del Papato nel periodo delle Rivoluzioni. Soggetto di larga diffusione e culto per tutto l’Ottocento, l’Addolorata di Talmassons ha come riferimenti diretti i dipinti veneziani di Odorico Politi e di Lattanzio Querena ai Tolentini.

Immagini di facile lettura propongono anche le pale degli altari della parete destra, dedicati a San Valentino e a San Luigi Gonzaga: ritratto il primo, protettore dell’epilessia, mentre impartisce la benedizione ad una donna che porge un bambino (secondo le fonti agiografiche il tema si riferisce alla guarigione della figlia di Asterio, ministro dell’imperatore Claudio); il secondo nella canonica iconografia ravvivata dagli effetti luminosi della veste bianca.

L’organo e la cantoria decorata da Rocco Pittaco

All’instancabile attività del parroco don Amadio Rizzi vanno attribuite la commissione dell’orchestra e dell’organo e l’istituzione di una schola cantorum di giovani. Sempre Rocco Pittaco decorò le predelle della cantoria con Scene dalla vita del beato Bertrando (patriarca di Aquileia tra 1334 e 1350), relative a tre momenti significativi: a sinistra l’Investitura, al centro la Carità, e a destra l’Uccisione, avvenuta nel 1350 ad opera di feudatari locali. A monocromo bianco su fondo ocra, tecnica congeniale al pittore, i due ultimi episodi riprendono le omonime tavolette del XIV secolo nel Museo del Duomo di Udine. La scena centrale con la distribuzione del pane, mantiene il sapore novellistico del modello medievale e fa riferimento alla vita del beato di cui era nota la carità verso i poveri; in chiave ottocentesca è trattata invece l’Uccisione, nella quale l’attenzione è rivolta alla teatralità dei gesti e ai dettagli delle ambientazioni storiche, con un insistito indugiare sulle armature dei cavalieri.

L’organo fu realizzato nel 1850, come si legge nel somiere maestro (MDCCCL) da Valentino Zanin (1797-1887), famoso organaro di Camino di Codroipo (primo organista fu il noto Antonio Tomadini). Durante il primo conflitto mondiale, come riferisce una voce popolare, furono risparmiate le canne di stagno, in quanto lo strumento fu impiegato durante le funzioni religiose dalle truppe di occupazione austro-tedesche.

La decorazione del coro

Tra il 1933 e 1934, su commissione del parroco don Antonio Cattivello, fu realizzata la decorazione interna del coro ad opera di Leonardo Elia di Gemona, che eseguì i disegni e diresse i lavori eseguiti dai discepoli Giovanni Pittini ed Alessandro Tessitori. L’iconografia tratta in tre momenti il dogma della Trinità: ad introdurlo bella volta dell’arco santo, Dio Padre – l’occhio inscritto entro triangolo – squarcia le nubi tra testine angeliche; nel presbiterio, un tondo con lo Spirito Sato in forma di colomba sovrasta la lunetta con la grande e drammatica Crocifissione, su di un aspro Golgota, contornato da un paesaggio sfocato e dense nubi verdognole.

Oltre alla decorazione della volta a costoloni con spicchi ornati alla base da motivi vegetali di carattere eucaristico, gli stessi pittori gemonesi curarono il fregio con ghirlande e nastri su fondo ocra che corre lungo le pareti perimetrali a sottolineare l’andamento mosso dell’invaso e la verniciatura ad encausto con dorature del pulpito ed orchestra.